Skip to main content

Full text of "ATTI - Il personale e' politico, il sociale e' il privato"

See other formats


Coordinamenta 
femminista e lesbica di collettivi e singole - Roma 



Ani 

INCONTRO NAZIONALE SEPARATO 

Il PERSONALE E' POLITICO 
IL SOCIALE E' IL PRIVATO 

contro la violenza maschile sulle donne 
2/3 giugno 2012 Roma 

Aj*^ |"'|^y cooiHlnamemii@ainisilchs.org *£V*à t p v É\ 
^\/P ^, r ** vmw.coordinanieiitajiotlogc.eig ^* HT * ^|J^ 



ATTI INCONTRO NAZIONALE SEPARATO 
"IL PERSONALE E' POLITICO, ILSOCIALE E' IL PRIVATO' 

Contro la violenza maschile sulle donne 



Il nostro percorso di analisi e di lotta contro la violenza maschile sulle donne ci 
ha condotte ad indagare non solo sugli effetti e sui risultati manifestamente sotto gli 
occhi di tutte e tutti, ma sulle ragioni strutturali che della violenza maschile sono 
causa. 

Siamo partite dalla riflessione sulle nostre esperienze nei territori, che sono diversi- 
ficate a seconda dei percorsi dei collettivi, dei gruppi, delle singole che della Coor- 
dinamenta fanno parte: dalle lotte condotte in questi anni contro i Cie e la violenza 
di genere esercitata in quelle strutture, alle lotte sui posti di lavoro, dalle esperienze 
contro la medicalizzazione delle esistenze a quelle all'interno dell'università, da 
quelle contro la devastazione ambientale e la difesa del territorio a quelle per l'oc- 
cupazione delle case e degli spazi collettivi ...estraendone gli aspetti dell'oppressione 
di genere e intrecciandoli con l'analisi teorica, con la storia e la memoria del movi- 
mento femminista e dei movimenti di lotta, dalla Resistenza, agli anni '70, al movi- 
mento operaio ... ognuna di noi aveva un pezzetto della sua vita o della vita di 
persone care da raccontare. 

E, allo stesso tempo, abbiamo indagato la violenza di genere che ognuna di noi ha 
subito nel corso della sua vita, più o meno consapevolmente, più o meno mascherata, 
non necessariamente eclatante, ma sottile e pervasiva, dalla scuola, agli ambiti la- 
vorativi, alla famiglia, al controllo sui nostri corpi. 

Pensiamo che questa duplice indagine sia momento necessario ed imprescindibile 
per poter organizzare e determinare forme di resistenza, di reazione, di azione e di 
costruzione di un percorso collettivo contro la violenza maschile sulle donne. E, allo 
stesso tempo, che siano necessarie l'autonomia e la costruzione di forme di autor- 
ganizzazione e di autodifesa, rifiutando la vittimizzazione e la delega, ribellandosi 
e aiutando le donne a ribellarsi. E pensiamo che la lotta contro la violenza maschile 
sulle donne sia inscindibile dalla lotta contro la società capitalista/neoliberista che 
è l'involucro dentro il quale, oggi, si perpetua la società patriarcale e sia necessario 
smascherare i meccanismi con i quali questa società esercita violenza e violenza di 
genere. 



^ 



A cura della 

Coordinamenta femminista e lesbica di collettivi e singole-Roma 

coordinamenta@autistiche.org 

www.coordinamenta.noblogs.org 

"I nomi delle cose" la nostra trasmissione 
tutti i mercoledì dalle 20 alle 21 
sugli 87.9 di Radio Onda Rossa 



Illustrazioni interne tratte dai disegni di Nina Nijsten 



PROGRAMMA DELLE GIORNATE 



Sabato 2 giugno mattina 

Ruoli e stereotipi di genere nella società 

neoliberista 

9:30-12:00 Coordina Noemi Fuscà 

Presentazione - Margherita Croce 

• Collettivo femminista Le Mandragore-Roma 
"Il nostro ruolo è funzionale al capitale" 

• Le venticinqueundici- Milano 

"La lotta insieme alle donne tunisine per i migranti 
dispersi." 

• Agnese Pignataro 

"Chi sono le donne? chi sono gli animali? 
Economie dei corpi e politiche degli affetti" 

• Laura Carbonari 

"Un - genere - di comunicazione" 

• Elisabetta Teghil 
"Coscienza illusoria di sé" 

12:00-13:30 Dibattito aperto a tutte 
13:30-15:00 Pranziamo tutte insieme! 

Sabato 2 giugno pomeriggio 

Violenza delle Istituzioni sulle donne con 
particolare riguardo alla scuola, alla sanità, 
agli istituti totali. 
15:00-18:00 Coordina Laura Caccianini 

• Assemblea DonneRomaNord 
"Istituzioni e controllo sociale" 

• Le De Genere -Terni 
"Medicalizzazione" 

• CDT Coordinamento Donne Trieste 

"Da cosa dobbiamo difendere, in questo contesto 
storico, il nostro corpo e la nostra mente?" 
•MFPR 

"Noi odiamo gli uomini che odiano le donne -vio- 
lenza sessuale/femminicidi e moderno fasci- 
smo/medioevo capitalista camminano insieme." 

• Gif- Gruppo di Lavoro Femminista-Roma 

"E' ora che le femministe e le lesbiche armino i 
loro canti" 

• Elena De Marchi-Scateniamotempeste-Rho/Mi- 
lano 

"Il corpo è mio, dello Stato o del mercato? 
Rappresentazioni e autorappresentazioni del lavoro 
di cura" 

• Frantic 

"Le sexworkers" 

• Dumbles - Feminis furlanis libertaris - Udine 
"Lingua come Istituzione" 

18:00-19:30 Dibattito aperto a tutte 



INCONTRO NAZIONALE SEPARATO 

"Il personale è politico 

il sociale è il privato" 

CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE 



Domenica 3 giugno mattina 

Autodifesa e autorganizzazione 
9:30-12:00 Coordina Giulia Manno 

• Elena Capuano 
"Autonomia e autorganizzazione" 

• La Consultoria-Milano 
"Esperienza e progetto della Consultoria 
Autogestita" in videoconferenza 

• Nicoletta Poidimani-Noinonsiamocomplici 
"Un passo avanti: dalla parte delle donne che 
reagiscono alla violenza" 

• Amazora di donne e lesbiche-Bologna 
"Esperienze di autodifesa" 

• Armonie-associazione di donne-Bologna 
"Datemi una leva e ve la spaccherò in testa. 
Forme di lotta per l'alternativa delle società 
matriarcali" 

• Elisabetta Teghil 

"Il separatismo, forza, garanzia di riconoscimento, 
necessità della lotta femminista e lesbica" 

12:00-13:30 Dibattito aperto a tutte 

Chiusura 

Pranzo di arrivederci!!! 



C/o SPAZIO SOCIALE OCCUPATO EX51 
VIABACCIARINI12-ROMA 

Coordinamenta femminista e lesbica 
di collettivi e singole-Roma 

coordinamenta@autistiche.org 



www.coordinamenta.noblogs.org 



^ 



PROGRAMMA DELLE GIORNATE pag.5 

ATTI -2 GIUGNO MATTINA 

Ruoli e stereotipi di genere nella società neoliberista 

Presentazione - Margherita Croce pag. 7 

La lotta insieme alle donne tunisine per i migranti dispersi 

Le venticinqueundici- Milano pag.9 

Il nostro ruolo è funzionale al capitale 

Collettivo femminista Le Mandragore-Roma pag. 11 

Chi sono le donne? chi sono gli animali? Economie dei corpi e politiche degli affetti 
Agnese Pignataro pag. 14 

Un - genere - di comunicazione - Laura Carbonari pag. 16 

Coscienza illusoria di sé - Elisabetta Teghil pag. 17 



ATTI - 2 GIUGNO POMERIGGIO Violenza delle Istituzioni sulle donne 
con particolare riguardo alla scuola, alla sanità, agli istituti totali 

Noi odiamo gli uomini che odiano le donne - violenza sessuale/femminicidi 

e moderno fascismo/medioevo capitalista camminano insieme. MFPR pag. 21 

E' ora che le femministe e le lesbiche armino i loro canti 

Gif- Gruppo di Lavoro Femminista-Roma pag. 25 

Il corpo è mio, dello Stato o del mercato? Rappresentazioni e autorappresentazioni 

del lavoro di cura 

Elena De Marchi-Scateniamotempeste-Rho/Milano pag. 28 

Lingua come Istituzione - Dumbles- Feminis furlanis libertaris - Udine pag. 30 



ATTI - 3 GIUGNO MATTINA Autodifesa e autorganizzazione 

Autonomia e autorganizzazione - Elena Capuano pag. 34 

Esperienza e progetto della Consultorio Autogestita 

La Consultoria-Milano pag. 35 

Un passo avanti: dalla parte delle donne che reagiscono alla violenza 

Nicoletta Poidimani-Noinonsiamocomplici pag. 37 

Datemi una leva e ve la spaccherò in testa. Forme dì lotta per l'alternativa 

delle società matriarcali Amazora di donne e lesbiche-Bologna 

Armonie-associazione di donne-Bologna pag. 42 

// separatismo, forza, garanzia di riconoscimento , necessità della lotta 

femminista e lesbica - Elisabetta Teghil pag. 44 



V 



▼ v^ SABATO 2 GIUGNO MATTINA ^v ~ 

RUOLI E STEREOTIPI DI GENERE NELLA SOCIETÀ NEOUBERISTA 



PRESENTAZIONE 



Margherita Croce 



Innanzitutto ci piacerebbe raccontarvi l'esperienza della Coordinamenta, le riflessioni e le pratiche 
che l'hanno nutrita. La coordinamenta nasce come spazio di confronto tra collettivi, gruppi e singole 
compagne femministe e lesbiche in cui intrecciare i percorsi di lotta di ogni realtà, con l'analisi teo- 
rica, il recupero della memoria storica e dei movimenti, segnatamente quello femminista . Un luogo 
in cui costruire discorso anche a partire dal racconto di alcuni pezzi della propria vita, per svelare la 
violenza e le oppressioni che abbiamo incontrato nel nostro percorso personale, più o meno consa- 
pevolmente, e che si sono presentate mascherate, sottili, o pervasi ve ed eclatanti negli spazi della 
nostra esistenza. Ci siamo confrontate quindi sul mondo del lavoro, sulla sanità e la medicalizzazione 
esasperata del corpo della donna, sulle istituzioni totali e le politiche securitarie sdoganate in nome 
della sicurezza e della protezione delle donne italiane contro presunti aggressori stranieri. . . ma anche 
sulle relazioni affettive e familiari, sulla violenza di genere. Questo articolato viaggio all'interno di 
tali molteplici contraddizioni ci ha condotte ad indagare non solo gli effetti e le manifestazioni della 
violenza maschile sulle donne, ma le ragioni strutturali che ne sono causa. 

Neil 'introdurre il convegno di questi giorni ed avviare il dibattito, ci piacerebbe mettere preliminar- 
mente a fuoco alcuni concetti, i quali hanno anche costituito il filo rosso dell'opuscolo da cui prende 
le mosse questo incontro. Tra questi vogliamo soprattutto affrontare il concetto di donna, di separa- 
tismo e di violenza di genere . 

Il concetto e la definizione di donna non ci appartengono nella misura in cui sono strutturazioni 
fittizie del patriarcato, in funzione dell'asservimento e della riduzione di questa a soggettività subal- 
terna. Donna è una categoria socialmente e culturalmente costruita, un termine tutto interno al sistema 
patriarcale. Intendiamo riappropriarci del termine donna attraverso la riappropriazione della cate- 
goria di oppressione a cui tale parola è legata. E infatti l'oppressione stessa che definisce l'insieme 
delle oppresse. Per dirla con Simone de Beauvoir "donne non si nasce, si diventa". 
Non ci riconosciamo a partire da presupposti identitari, men che meno dall'identità biologica, ma a 
partire dalla nostra capacità di riconoscere l'oppressione patriarcale in tutte le forme in cui viene de- 
clinata all'interno del sistema sociale, politico e privato. In questa prospettiva la pratica dei momenti 
separati risulta indispensabile per elaborare in autonomia, riconoscere il ruolo della divisione sessuata 
della società e del sistema patriarcale in genere, senza preoccuparsi costantemente del confronto con 
chi è portatore, consapevole o meno, di valori dominanti . Separatismo inteso come momento di analisi 
necessario ogni qual volta ci si confronta con un tipo di oppressione interclassista e trasversale. Uno 
spazio anche che rende possibile un percorso di liberazione che parta veramente dal privato, consa- 
pevoli che l'egemonia culturale in cui siamo immerse, con i suoi debiti corollari di metodo demo- 
cratico come unica relazione conflittuale possibile, e di pacificazione sociale come orizzonte 
ineludibile, ha fatto si che i meccanismi e i valori della società patriarcale siano fortemente introiettati 
anche da noi stesse. Ambito separato in cui praticare la liberazione individuale ed elaborare pratiche 
conflittuali che, non rimanendo confinate ad uno spazio chiuso e vittimizzante, corrano parallele alle 
altre lotte che come soggetti politici portiamo avanti. 

Crediamo infatti fermamente che né la lotta di genere, né quella di classe siano sufficienti da sole. 
Vanno invece coniugate in una visione più ampia che intrecci le oppressioni di razza, genere e classe 



■* 



e ne distingua i meccanismi di riproduzione all'interno del neoliberismo e del patriarcato. Informare 
la nostra riflessione e la nostra pratica di autodeterminazione di una critica radicale al sistema capi- 
talistico, e alla sua versione neoliberista, risulta indifferibile per smascherare i dispositivi che favo- 
riscono la divisione gerarchica e sessuata della società, i rapporti di subordinazione in genere e quelli 
di mercificazione, relegando in limiti sempre più angusti la donna in quanto soggetto subalterno, ca- 
ricandola di funzioni produttive e riproduttive funzionali al profitto. 

Con queste premesse la violenza di genere si definisce anche a partire dalla funzionalità che assolve 
nel mantenimento del sistema dì potere. Per violenza di genere si intende infatti la violenza 
sessuale/fisica/economica/verbale/psicologica fino al femminicidio del maschio sulla femmina, ma 
si intende anche la violenza esercitata in senso lato dal maschio: vale a dire anche dalle istituzioni o 
dalle altre donne nella logica patriarcale. Tale logica difende e perpetua un sistema sociale nel quale 
il potere, l'autorità e i beni materiali sono direttamente o indirettamente concentrati nelle mani del- 
l'uomo. Una violenza dunque che si esplica e si auto-alimenta negli stereotipi di genere, nello sfrut- 
tamento lavorativo , nelle istituzioni: dalla scuola, passando per la sanità, fino alle istituzioni totali 
(come le carceri, i eie). 

Vogliamo che questi giorni possano costituire un momento prezioso di condivisione di consapevo- 
lezza e analisi, che arricchisca i singoli percorsi di nuove idee e pratiche, e che possa anche significare 
la riappropriazione di una cultura conflittuale, di cui sono portatori i movimenti femministi e anta- 
gonisti in genere , che viene sempre più marginalizzata e cri- 
minalizzata. Riappropriazione che passa per la lotta contro i 
deliri securitari e il controllo sociale, contro la devastazione 
dei territori, la medicalizzazione, la gerarchia, l'espropriazione 
costante di tempi e modi di vita, contro lo sfruttamento, e in 
generale contro l'oppressione e la violenza di razza, genere e 
classe; riappropriazione che deve anche confrontarsi con 
l'enorme patrimonio che abbiamo ricevuto in eredità dal pen- 
siero e dall'azione femminista. Vorremmo trovare insieme 
forme di autodifesa e autorganizzazione che rifiutino la logica 
della vittimizzazione e della delega, mettere a valore l'espe- 
rienza accumulata in anni di lotte e farci noi stesse luogo di 
trasmissione di tale sapere. Riscoprire ciò che fu il movimento 
femminista rivoluzionario e saper rideclinare i suoi principi 
sulle nuove forme che il potere ha assunto all'interno della so- 
cietà pacificata e neoliberista, che procede frammentando il 
processo di soggettivazione per rendere sempre più problema- 
tico il riconoscimento di classe e di genere ed erodere spazi di 
autonomia e alterità. La trasmissione del sapere tra genera- 
zioni e all'interno della stessa è una grande forza, l'unica forse 
in grado di confrontare esperienze di lotta in ottica sincronica 
e diacronica, in modo da poter estrapolare elementi di conti- 
nuità e invece di discontinuità tra ciò che combattevano le no- 
stre madri e ciò che dobbiamo difendere e combattere oggi. 
Partire dal privato e riconoscerne la valenza politica significa 
anche questo: assumere su noi stesse il patrimonio dell'espe- 
rienza e il sapere del nostro corpo, caricarci della responsabilità 
politica della nostra storia e della nostra consapevolezza, ed 
essere in grado di manifestarne la potenza. 




V 



LA LOTTA DELLE MADRI DEI TUNISINI DISPERSI E LA CAMPAGNA 
'DA UNA SPONDA ALL'ALTRA: VITE CHE CONTANO. DOVE SONO I NOSTRI FIGLI' 



Le venticinqueundici - Milano 



Come collettivo femminista Le25 1 1 siamo nate dopo esserci ritrovate in piazza Cadorna a Milano 
il 25 novembre 2009, durante una manifestazione lanciata in occasione della giornata mondiale contro 
la violenza sulle donne per sostenere la lotta di Joy e di altre ragazze nigeriane che avevano denun- 
ciato il tentativo di stupro da parte dell'ispettore capo del Cie di via Corelli e la violenza sistematica 
che come donne migranti subivano all'interno dei Cie. Come molte sanno quella manifestazione fu 
violentemente repressa dalla polizia per la frase che compariva su uno striscione "Nei cie la polizia 
stupra"; per noi fu l'inizio del nostro percorso collettivo. Inizialmente ci siamo interrogate su che 
cosa rappresentano i Cie nella nostra personale esperienza e una delle prime cose che emersa è che 
i Cie rappresentano la barriera per eccellenza del modo in cui le politiche di governo delle migrazioni 
dividono l'umanità: da una parte noi, che come italiane siamo dalla parte della barriera che, lo si vo- 
glia o no, crea oppressione, dall'altra loro, donne e uomini migranti che possono essere bollati come 
illegali, clandestini e rinchiusi in un Cie. Abbiamo voluto esplorare i nessi fra le politiche di controllo 
delle migrazioni, che hanno consentito il nascere dei Cie, e ciò che limita e ingabbia le nostre vite di 
cittadine cosiddette "legali". Ci siamo chieste infinite volte come superare quell'innalzamento di 
confine noi/loro senza rischiare di riprodurre il dispositivo di confinamento. Nell'indagare la nostra 
relazione con donne migranti ci siamo rese conto di come possa essere semplice assumere la posizione 
dominante della donna occidentale, come ad esempio quando si fa della questione del velo la scri- 
minante per valutare il livello di emancipazione della donna musulmana senza riconoscere la comune 
oppressione che come donne ci riguarda. Per questo, quando l'anno scorso siamo venute a conoscenza 
della lotta che stavano conducendo i familiari dei migranti tunisini dispersi, abbiamo deciso di "es- 
serci", di non distanziarci da quel dolore che costituisce, secondo noi, un fatto del tutto politico e di 
una politica altra, non immaginata ma praticata. Come sapete, subito dopo la rivoluzione che ha por- 
tato alla caduta del regime di Ben Ali in Tunisia, molti giovani hanno attraversato il Mediterraneo su 
imbarcazioni che con un po' di fortuna potevano approdare sull'altra sponda e condurli perciò verso 
l'Europa, nell'unico modo reso possibile dalle politiche di governo delle migrazioni, agendo così la 
libertà di movimento dopo la libertà conquistata con la rivoluzione e allo stesso tempo bruciando le 
distanze fra le due sponde che quelle stesse politiche hanno sempre voluto incolmabili. Tra di essi, 
molti sono arrivati, molti altri sono stati rinchiusi in Italia in strutture detentive, altri sono stati respinti 
e altri sono morti in mare. Di altri ancora, partiti su quattro diverse imbarcazioni nel corso dei mesi 
di marzo, aprile e maggio 2001, non si hanno più notizie. Le famiglie dei tunisini migranti dispersi, 
dopo essere state ignorate dalle istituzioni tunisine, italiane ed europee, si sono organizzate per chie- 
dere alle stesse istituzioni di procedere ad un raffronto delle impronte digitali, per sapere se e dove 
siano arrivati i loro figli. Da circa un anno, non passa un giorno senza che le madri di questi ragazzi 
scendano in piazza, blocchino strade, facciano presidi davanti ai ministeri tunisini o assedino l'am- 
basciata italiana, per pretendere di sapere che fine abbiano fatto i loro figli. E' la prima volta che 
succede: le famiglie chiedono conto, pretendono di sapere, vogliono i loro figli, vivi o morti e la 
fanno scendendo pubblicamente in piazza contro le leggi del loro paese che, complici delle politiche 
di governo delle migrazioni dell'Unione europea, prevedono un reato di 
"emigrazione clandestina", contro le politiche dell'Unione europea e gli accordi bilaterali tra l'Italia 
e la Tunisia che prevedono "quote" di visti, di ingressi regolari, così come "quote" di morti nei viaggi 
di tutti gli altri. Anche se è stata una questione dibattuta e non unanime al nostro interno, soprattutto 
da parte di chi, fra noi, riteneva che non fosse una lotta di donne e che poco avesse a che fare con 
una pratica femminista, abbiamo deciso di unirci a questa lotta perchè quelle madri, col loro dolore 



"V 



reso pubblico, ci suggerivano qualcosa, ponendo con estrema radicalità la domanda sulla vita dei 
loro figli, chiedendone conto alle istituzioni europee, italiane e tunisine, e denunciando le responsa- 
bilità delle loro politiche di morte e di scomparsa. Insieme alle madri tunisine abbiamo così dato vita 
a uno spazio di agire pubblico unico caratterizzato dalla radicalità dell'obiettivo di far contare le vite, 
bruciando la distanza che ci separava. La campagna Da una sponda all'altra: vite che contano. Dove 
sono i nostri figli è stata lanciata contemporaneamente in Italia e in Tunisia; ogni presidio, ogni ini- 
ziativa pubblica, ogni richiesta sono state fatte insieme alle madri in Tunisia e qui in italia da noi 
Le25 1 1 e da tante altre, donne italiane e tunisine, associazioni, gruppi che hanno aderito alla campa- 
gna. Questo approccio ci ha permesso di entrare in contatto anche con donne e uomini con cui non 
avremmo mai pensato di avere relazioni perchè abbiamo cercato di parlare un linguaggio non ideo- 
logico, caratterizzato dalla concretezza della domanda sulla vita dei figli che le madri continuamente 
ponevano. La radicalità dell'obiettivo di questa lotta ha determinato anche una radicalità dell'agire, 
non tanto nel senso di un ostinato fronteggiamento con le forze di polizia in occasione delle numerose 
iniziative pubbliche - anche se in Tunisia le madri sono persino riuscite a mettere sotto assedio l'am- 
basciata italiana - quanto nel porre continuamente alle istituzioni la domanda sulla vita dei figli scom- 
parsi, costringendo le autorità tunisine ed italiane a trattare il caso degli scomparsi proprio mentre 
stanno continuando i negoziati per un nuovo accordo migratorio. Siamo consapevoli che è una do- 
manda a cui le istituzioni non possono rispondere, perchè implicherebbe un riconoscimento delle 
loro responsabilità e la necessaria constatazione che la terra è di tutte e di tutti e che la libertà di mo- 
vimento non può essere riservata solo a una parte dell'umanità, come insieme alle madri abbiamo 
affermato nelle nostre iniziative. Allo stesso tempo siamo anche ostinate a cercare con le madri i loro 
figli e per questo sentiamo ora la necessità di incontrarle in Tunisia per decidere come proseguire la 
lotta e come far contare le loro come le nostre vite. 



Sp 




IL NOSTRO RUOLO E' FUNZIONALE AL CAPITALE 



Collettivo femminista Le Mandragore - Roma 



Fin dalla nascita alle bambine viene attribuito un ruolo che dovranno ricoprire nel corso della 
loro vita. E' in aumento la divisione e separazione netta dei ruoli, che si cerca di definire attraverso 
tutto quello che riguarda la sfera della crescita e dell'educazione. Il rosa o al massimo il viola sono 
i colori che definiscono il sesso della bambina e quindi tutti gli oggetti che riguardano la neonata 
prima e la bambina in seguito sono scelti prevalentemente di questi colori. Deve essere chiaro a tutti 
che è una bambina. Per non parlare dell'inserimento nel vestiario infantile di oggetti e accessori fem- 
minili alla "moda" quali: scarpe con il tacco, reggiseni e tanga. E' chiaro l'intento di spingere pesan- 
temente verso l'omologazione. Ogni bambina dovrà desiderare e divenire una donna attraente, 
piacevole, "femminile" e al servizio dell'uomo dominante. I genitori e così anche le mamme sem- 
brano avere la necessità di stabilirlo chiaramente e di mostrarlo alla società. Così oltre ai colori e al 
tipo di abiti, tutta una serie di giochi diventano elementi necessari alla interiorizzazione del proprio 
ruolo di donne. Basti pensare a tutta la gamma di giochi che "appartengono" alla sfera femminile: 
cucina, ferro e tavola da stiro, lavatrice, bambolotti da curare e accudire, gioielli, principesse etc. 
etc. La bambina dovrà assimilare il concetto di cura della casa, delle persone e interiorizzare quanto 
prima la maternità. Altra caratteristica che investe il ruolo di donna è il suo completamento nell'uomo 
che la amerà. Le storie che rappresentano le donne nelle favole e poi tutto il mondo adulto oltre a ri- 
badire la netta distinzione dei ruoli, incoraggia le bambine a vivere in attesa dell'amore (di un uomo) 
che darà senso alla loro vita che fino ad allora sarà mancante. Invece di educarci all'amore per noi 
stesse, per la nostra autonomia, per i nostri desideri siamo continuamente sollecitate alla ricerca e 
soddisfazione del piacere dell'altro. Questo fa si che le relazioni delle donne siano spesso cariche di 
ansie e nascondano una sfiducia in noi stesse e nelle nostre capacità e qualità. L'amore diventa quindi 
una ricerca affannosa di riconoscimento mentre crescere alimentando e nutrendo i nostri reali bisogni 
renderebbe più liberi e sereni anche i rapporti che da grandi avremo con gli altri/le altre. Altro punto 
dolente è la sessualità; perché nell'intimità come nella sfera sociale alla giovane donna non è mai 
stata riconosciuta l'autonomia, la consapevolezza e la conoscenza di se stessa e del proprio corpo. 
La nostra vita a 360° è vincolata all'insegnamento e alla protezione che l'uomo esercita su di noi, da 
padre, marito, compagno e amico! ! E' in atto quindi un violento sforzo per educare ad essere "donne" 
e questo diviene ancora più esplicito nella violenza che le donne subiscono quando si ribellano al 
ruolo che è stato loro imposto. Quasi come se ci fosse una violenza "preventiva" che è quella che ri- 
guarda tutta la sfera della crescita e dell'educazione che subisce una donna, e poi una violenza "re- 
pressiva" che la donna subisce se non si identifica nel ruolo che le è stato attribuito e tenta di 
scardinarlo. Naturalmente quella che sembra essere il frutto di un'ossessione, che investe solamente 
la sfera privata, è in realtà il risultato di una strutturazione della società che per sopravvivere necessità 
di una netta definizione delle competenze, divisione dei compiti e conseguente gerarchizzazione . 
Educate a compiacere, servire, essere accomodanti e mai conflittuali, siamo perfettamente utili al 
capitale, che ha fatto così di noi delle lavoratrici sfruttabili e delle "donne di casa" gentili e silenziose. 
Il lavoro infatti è un ambito in cui è palese che il ruolo che ci viene imposto: 

- è sempre subalterno a quello maschile: nella distribuzione tra i livelli le donne sono sempre inqua- 
drate a livelli più bassi rispetto agli uomini e raramente ricoprono ruoli di coordinamento (per non 
dire posizioni dirigenziali) 

- è sempre di 'cura': le tipologie contrattuali in cui sono maggioritarie le donne sono quelle che pre- 
vedono il servizio al cliente ad esempio i cali center, perché le 'donne sono più calme, più gentili, 
più disponibili' oppure ripercorrono il lavoro di cura all'interno della famiglia ad esempio svolgendo 
le pulizie nei posti di lavoro. 



"V* 



- e comunque è tollerato nella misura in cui non confligge con il lavoro di cura dellafamiglia, sempre 
a nostro carico: quando nasce un figlio è quasi sempre la donna che chiede un contratto part-time o 
prende i congedi parentali, quando c'è una persona che ha bisogno di cure è quasi sempre la donna 
che prende la 104 per assisterla, fino ad arrivare al punto di smettere di lavorare percependo un salario 
per continuare a lavorare a casa gratuitamente. 

Tutto ciò è supportato da dati statistici: 
1- Estratti da statistiche Istat (dati 2010) 

- Il 46,5% delle donne tra i 15 e i 64 anni hanno un'occupazione, contro il 67,5% degli uomini. 

- Tassi più alti di occupazione femminile si rilevano al nord, con il massimo picco in Trentino- Alto 
Adige/Sudtirol, dove il 65% delle donne lavora, anche se in misura notevolmente inferiore agli uomini 
occupati, che sono l'82%. Al sud la percentuale di donne occupate si attesta intorno al 30% contro 
circa il 60% di occupazione maschile (in Campania lavora il 27,9% delle donne contro il 59,9% degli 
uomini). 

- Il 29% delle donne occupate svolge un lavoro part-time, contro il 5,5% degli uomini. Il fenomeno 
si distribuisce in modo abbastanza uniforme tra le diverse aree, ma il lavoro part-time da parte degli 
uomini è più diffuso nel centro-sud dove è molto elevata l'occupazione a orario parziale di tipo in- 
volontario, peraltro in aumento sia per gli uomini che per le donne. 

- Per quanto riguarda il tempo determinato le donne sono il 14,5% delle occupate, con punte di oltre 
il 20% degli occupati al sud, mentre gli uomini il 11,4%, sempre con una maggiore incidenza al sud 
fino a poco meno del 15%. 

- Al Nord, dove il livello occupazionale è maggiore, le donne hanno accesso a quei tipi di lavoro 
che, anche se considerati 'stabili', non permettono un'indipendenza economica stabile perché pre- 
vedono obbligatoriamente forme di part-time (cali-center, commesse, cassiere etc). 

- Al Sud, dove i livelli di disoccupazione sono generalmente più alti, le donne subiscono maggior- 
mente la difficoltà della stabilizzazione del rapporto di lavoro, attraverso forme contrattuali precarie, 
come il tempo determinato. 

2-InAci(dati2011): 

- circa il 61 ,5% dei dipendenti è donna. Se si analizzano però le posizioni dirigenziali o organizzative 
le percentuali si ribaltano: in questo caso il 62,5% dei dirigenti e coordinatori è uomo. Tra le dipen- 
denti donne solo il 4,75% ricopre ruoli di coordinamento contro quasi il 13% degli uomini. 

- Su 554 persone che hanno usufruito di congedi parentali, 427 sono donne, con una media per per- 
sona di 28 giorni per le donne contro i 16 per gli uomini (dati 2009-2011). Questo comporta un ab- 
bassamento del salario, considerando che i congedi parentali sono pagati al 30% del salario intero o 
non sono pagati affatto. Alla domanda: 'Sono state adottate misure per favorire il reinserimento del 
personale assente per lunghi periodi (es. maternità, congedi parentali, ecc.)' la risposta è 'NO' . 

- Tra le persone in part-time l'86% è donna. Tra le persone in telelavoro il 77% è donna. Il caso del 
telelavoro è la sussunzione massima dei tempi di vita al capitale, perché si arriva al paradosso di la- 
vorare in casa propria per il datore di lavoro, con immaginabili aggravi per le donne che in casa ci 
lavorano già e gratuitamente. 

3- In Aci Informatica (dati 201 1): 

- Le donne rappresentano il 33% dei dipendenti. Tra le dipendenti l'I, 7% delle donne è dirigente, 
contro il 9% degli uomini 

- Premesso che in Aci Informatica il part-time è sempre una scelta delle lavoratrici e dei lavoratori e 
mai un'imposizione il 10% delle lavoratrici ha un contratto part-time, contro l'I ,2 degli uomini. 

- Storicamente sono sempre state più le lavoratrici che i lavoratori a prendere aspettativa facoltativa 
per maternità: nel 2011 3 le dipendenti e 2 i dipendenti. Nel 2010 14 a 13, nel 2009 5 a 1, nel 2008 
16 a 9 (considerando che le lavoratrici hanno sempre rappresentato circa il 30% dell'intera forza la- 
voro). 



V 



- Differenza salariale: a parità di livello, le lavoratrici percepiscono in media 6.600 euro in meno ri- 
spetto ai colleghi uomini. Nel 2005 la differenza era di circa 3.000 euro, nel 2007 di circa 4500, nel 
2009 di 5.000 euro e nel 2010 di quasi 7.000 euro. Come si vede non è un fenomeno casuale, ma 
cronico. 

4- Da un'inchiesta Fiom del 2008 svolta su circa 100.000 tra metalmeccanici e metalmeccaniche ri- 
sulta che: 

- Le donne hanno più spesso degli uomini contratti di lavoro precario. Sotto i 35 anni le donne precarie 
sono il 20% gli uomini il 15%. 

- sia le operaie che le impiegate guadagnano in media 200 euro in meno al mese rispetto agli uomini, 
anche quando hanno lo stesso titolo di studio, lo stesso livello di inquadramento, la stessa anzianità 
lavorativa, lo stesso tipo di contratto. 

- sia le operaie che le impiegate sono sempre inquadrate nei livelli più bassi anche quando hanno lo 
stesso titolo di studio, la stessa anzianità lavorativa, lavorano nello stesso comparto. 

- Circa la metà (44,7%) delle donne intervistate dedica al lavoro domestico e di cura almeno 20 ore 
a settimana. Circa il 31% delle operaie ogni settimana lavora 40 ore sul posto di lavoro e svolge 
dentro casa più di 20 ore di lavoro domestico. Detto in altri termini, una operaia su tre lavora oltre 
60 ore a settimana. 




"V 



CHI SONO LE DONNE? CHI SONO GLI ANIMALI? 
ECONOMIE DEI CORPI E POLITICHE DEGLI AFFETTI 



Agnese Pignataro 



In questo intervento esploreremo il modo in cui molte relazioni tra noi e gli animali si declinano 
in forme che eccedono l'interpretazione naturalizzante (così come quelle tra i sessi nella società 
umana), plasmando l'identità degli animali attraverso la loro collocazione in determinati spazi poli- 
tico-sociali umani che li identificano come «animali». Tali spazi verranno rapidamente esaminati nei 
loro aspetti filosoficamente e politicamente pregnanti, il che permetterà anche di riconoscere alcune 
intersezioni con altre forme di oppressione, in particolare quella delle donne (senza per questo cedere 
alla tentazione semplicistica di rintracciare un unico meccanismo all'opera). Infine faremo qualche 
considerazione sulle forme di resistenza degli animali, insistendo sull'importanza degli affetti che ci 
legano a loro ed interrogandoci sul modo in cui l'ambivalente prossimità (utilitaria ed affettiva) con 
gli animali possa essere trasformata da fattore della sfera privata a tema di analisi politica. Chi sono 
le donne? Chi sono gli animali? Economie dei corpi e politiche degli affetti. Di cosa parliamo e di 
chi parliamo quando pronunciamo le parole «donne» e «animali» nel contesto di una riflessione po- 
litica? Se per quanto riguarda le donne, nessuno dubita del fatto che si tratti di un «chi», per gli 
animali la domanda stessa genera disagio: pochi sosterrebbero che gli animali sono cose, e che di 
essi ci si debba domandare «cosa» sono; ma pochi sono anche coloro che ne accettano l'ammissione 
nella sfera del «chi». Nella cultura occidentale moderna, ancora profondamente cartesiana nel sepa- 
rare la materia dallo spirito, ma nello stesso tempo - e non a caso - restìa ad accettare l'idea che i 
non umani siano delle mere «cose», gli animali occupano dunque una zona bastarda dell'essere: né 
cose, né persone. Se si passa poi a considerare i contenuti del discorso politico sulle donne e di quello 
sugli animali, entrambi - ma più marcatamente quest'ultimo - devono fronteggiare la forte tendenza 
alla naturalizzazione che ancora pervade la nostra società anche nei suoi contesti più «radicali». 
L'idea che le donne non siano semplicemente un aggregato di esseri umani accomunati da genitali e 
fattezze analoghi, ma una classe, inserita in specifiche relazioni conflittuali con altre classi e coinvolta 
dunque in una lotta di classe, idea affermata e sviluppata dal pensiero femminista (seppure in molte 
e diverse declinazioni), fatica a farsi strada nella coscienza comune. Per quanto riguarda gli animali, 
essi sono comunemente compresi come esseri «naturali»: concetto privo di scientificità, il cui valore 
è unicamente retorico, volto ad evocare l'idea di una necessità (che alternativamente veste i panni 
della «biologia», dell'«istinto», dell '«evoluzione») alla quale gli animali sarebbero ineluttabilmente 
legati e che li priverebbe delle gioie dello sviluppo culturale e sociale, e delle virtù ad esso associate. 
Si parla degli animali come di un insieme omogeneo - le specie «non umane» contrapposte alla 
specie umana - senza esplorare il senso politico che comportano i nostri rapporti con alcune specie. 
Se si vuol prendere sul serio l'idea di una filosofia politica animalista, è necessario in primo luogo 
riconoscere che in questo contesto il concetto «animali» costituisce, come quello di «donne», una 
classe, e si determina quindi non attraverso descrizioni scientifiche (biologiche, genetiche, etologi- 
che. . .) ma attraverso la collocazione di certi individui in determinati spazi politico-sociali umani che 
li identificano come «animali». Concretamente, quali sono questi spazi? Una lista non esaustiva che 
mira a mettere in luce qualche aspetto filosoficamente e politicamente pregnante può essere la se- 
guente: 

- lo spazio dell'appropriabilità: l'«animale» è quell'essere che può diventare proprietà di qualcuno 
(e in alcuni casi, deve diventarlo, pena l'impossibilità di esistere tout court); 

- lo spazio della negazione della biografia: l'«animale» è quell'essere che non ha diritto né a un'in- 
dividualità né a una storia, ma è consegnato all'eterno presente della sua riduzione a materia prima 
attraverso il suo corpo e le sue funzioni riproduttive; 



Sfr 



- lo spazio della mangiabilità: Inani- 
male» è quell'essere che, semplice- 
mente, può essere mangiato; 
correlativamente, è quell'essere la 
cui vita, in virtù della sua commesti- 
bilità, può essere stroncata in modo 
violento senza che a tale evento 
venga associato un significato vio- 
lento. (Di questa «generazione» 
dell' «animale» attraverso l'economia 
della sua sottomissione si può ovvia- 
mente cogliere l'intreccio con altre 
forme di oppressione - quella delle 
donne in primis, ma anche quella 
degli schiavi o, perché no, quella dei 
folli - senza per questo cedere alla 
tentazione semplicistica di rintrac- 
ciare un unico meccanismo all'opera, 
se non addirittura di eleggere il do- 
minio sugli animali a matrice e fon- 
damento di ogni forma di dominio, 
annullando ogni distinzione tecnica, 
storica, geografica.) 
Eppure, gli animali - nel senso sopra 
specificato - resistono. La resistenza 
animale all'annientamento non con- 
siste tanto, o non solo, nelle concrete 
ribellioni, fughe, o morti per inedia, 
di cui sono protagonisti alcuni degli 
animali a noi sottomessi. Gli animali 

resistono anche, o soprattutto, nella loro intatta ed insistente capacità di ispirare in noi - in una società 
che ci ha alienati da loro al massimo grado - interesse, sollecitudine nei loro confronti, desiderio di 
creare spazi di condivisione. Questi animali ci accompagnano dagli albori della nostra storia in modi 
e forme che non si limitano all'annullamento dell'animale in nome di una cieca «volontà di dominio» 
umana, ma racchiudono anche un senso di prossimità profondo nel comune essere al mondo, nel re- 
spirare, percepire, tessere legami affettivi con i propri simili; nell'essere infine consegnati ad un co- 
mune destino di caducità. Animali e umani formano insieme una comunità multispecifica. Inoltre, a 
quegli umani che sono oppressi da altri umani, gli animali ispirano solidarietà sulla base di comuni 
esperienze di sofferenza e costrizione (nel caso delle donne, ad esempio, la riduzione del Sé al proprio 
corpo organico operata dalla società, la denigrazione ontologica, la manipolazione scientifica). 
Gli animali, in definitiva, contano: per loro stessi, ma anche per noi. La grande sfida intrapresa dalla 
filosofia politica animalista consiste nella trasformazione di questa rilevanza degli animali da perce- 
zione personale a tema di discussione collettiva. Torniamo così al ponte che lega strettamente la que- 
stione delle donne a quella degli animali: il femminismo ha mostrato la rilevanza politica di sfere 
«private» come la sessualità e gli affetti familiari, l'animalismo sarà capace di seguirne l'esempio, 
politicizzando in modo chiaro l'ambivalente prossimità (utilitaria ed affettiva) che ci lega ai nostri 
concittadini animali? 




"V 



UN "GENERE" DI COMUNICAZIONE 






Laura Carbonari 



Può sembrare quasi superfluo sottolineare l'importanza che l'informazione e la comunicazione 
hanno nel veicolare i valori del sistema dominante, eppure credo sia fondamentale, in una giornata 
di approfondimento e di lotta come questa, spendere una parola sul ruolo che i media hanno avuto 
ed hanno tuttora nel perpetuare una cultura sessista. Tutto il 'progresso' e la tecnologia degli ultimi 
decenni, si sono da subito rivelati mezzi utili, alle volte fondamentali, per promuovere in maniera 
capillare un preciso modello capitalista della donna e del suo ruolo all'interno della società: il modello 
della donna "mamma", della donna "casalinga", della donna "in carriera", della donna "manager", 
che si prestano alla perfezione alla dialettica sfruttatore-sfruttato propria del capitalismo e di cui si 
fanno megafono tutte quelle donne che credono che la risoluzione passi attraverso la promozione so- 
ciale. Ancora oggi si tende troppo spesso, infatti, a confondere l'emancipazione giuridica ed econo- 
mica con quella sociale e culturale che è invece strettamente connessa alla lotta di classe e che non 
può quindi prescindere da una critica radicale della società neoliberista basata sui criteri di produttività 
e di mercato. Criteri, questi ultimi, che trovano nella televisione e nella pubblicità il massimo canale 
di promozione e consolidamento. La televisione, imponendoci l'immagine, ci ha educati all'immagine 
stessa, facendo della donna un oggetto privo di contenuti, necessario soltanto a vendere o ad aumen- 
tare l'audience. Anche quando questa è messa a servizio della comunicazione di genere, ci si limita 
spesso e volentieri soltanto alla censura del nudo femminile, senza affrontare una reale discussione 
di genere, con il buonismo borghese tipicamente utilizzato nei confronti di ogni minoranza con cui 
si scontra. Aspetto ancor più grave dei mass media in genere è il vigere, negli spazi da essi occupati, 
della dittatura del vis grata puellae (violenza gradita alla ragazza), tipico della cultura maschilista, in 
cui una donna è spesso costretta a fare buon viso a cattivo gioco, assecondando molestie linguistiche 
e psicologiche e limitando la propria libertà sessuale. Questo tipo di condotta risulta particolarmente 
pericoloso in quanto tende a normalizzare e giustificare atteggiamenti violenti da parte degli uomini 
e si ripercuote nella colpevolizzazione delle vittime da stupro che quotidianamente ci viene propinata 
in forma più o meno esplicita. C'è però da dire che negli ultimi anni si è verificato un ulteriore passo 
avanti nel processo di svalutazione della donna. La determinazione e la mancata accettazione della 
"pacificazione sociale" del movimento femminista, sono state avvertite dalle istituzioni che hanno 
prontamente risposto con un raffinamento della violenza di genere, che non si limita più ad essere 
arroganza palese ma che si traveste da emancipazione consapevole. Ed è così che nel 2010 nasce 
la7d, d come donna, che propone una programmazione "al femminile" in cui la cucina sembra essere 
la principale preoccupazione ed occupazione; è così che nel 2011 nasce il movimento "Se non ora 
quando", assolutamente interno al sistema e che appoggia ed è appoggiato dal governo stesso; ed è 
così che in occasione delle manifestazioni contro le discariche campane nascono le "mamme vulca- 
niche", che pur portando avanti una protesta contro il sistema, rimangono perfettamente aderenti ai 
ruoli da questo impostogli ed anzi se ne fanno portavoce; ed è così che nel 2007 nasce la campagna 
"Rispetto per le donne" di Lactacyd, che sottoforma di sondaggi di genere non fa altro che promuo- 
vere e divulgare stereotipi e pregiudizi sulle donne. Utilizzando una metodica che ricorda tanto quella 
"del bastone e della carota". Il potere e chi di dovere hanno ben chiaro l'importanza della svalutazione 
della donna e ancor più delle sue lotte. Informazione e comunicazione non sono però soltanto stru- 
menti di manipolazione, ma anche di resistenza e di lettura alternativa, al servizio dei cambiamenti 
sociali. Ed è proprio in questo ambito che si inserisce un altro aspetto fondamentale dell'influenza 
esercitata dai mass media, non dipendente da ciò che viene pubblicato, ma da ciò che non viene pub- 
blicato. 

Oggigiorno sembra infatti valere nella politica come nella società tutta, il paradigma del "pubblico 
ergo sum". Si esiste politicamente se si esiste mediaticamente . Siamo per questo costrette a fare i 



conti con il fatto che la vittoria di questo ordinamento sociale, neoliberista e patriarcale, ha prodotto 
una forma di neo-analfabetismo di ritorno rispetto alla politica. E questo comporta il tentativo in atto 
di trascinare il femminismo in un indistinto femminile, con una riproposizione forte dei ruoli che ci 
viene trasmessa in maniera prepotente e insistente dai media. E' perciò necessario, in un mondo glo- 
balizzato che aspira al conformismo assoluto di tutte le masse, recuperare parole, categorie e rappre- 
sentazioni che appartengano al percorso di liberazione e costruire realtà autorganizzate e autonome 
anche nella comunicazione. 




COSCIENZA ILLUSORIA DI SE' 



Elisabetta Tegh 



Uno dei nodi del nostro impegno come femministe è lo scardinamento dei ruoli. Lottare solo con- 
tro l'ideologia, la mentalità, la cultura patriarcale senza mettere in discussione i meccanismi che la 
producono, è insufficiente se non fuorviante. Non trasformando i rapporti di produzione capitalistici 
iscritti nei processi di lavoro, questi riproducono continuamente tutti i ruoli della divisione sociale 
capitalistica, tutti i ruoli degli apparati politici e ideologici patriarcali. Disoccupazione, inquinamento, 
controllo, lavoro sempre più monotono, noioso, sempre più disumano . . . qualsiasi condizione situa- 
zione, fisica, mentale, affettiva ... trasformata in occasione di profitto, è qui il carattere propriamente 
tragico degli anni che viviamo. Ma, questa condizione non si realizza a partire dall'automatismo in 
sé, non dipende dalle nostre possibilità o capacità, ma ha le radici dentro le condizioni sociali cioè 
nella natura della società e può essere dissolta soltanto dalla prassi consapevole di soggetti che in- 
tendono liberarsi. Pertanto, la liberazione di noi tutte non è un programma per il futuro ma l'inventario 
del presente, l'insieme delle potenzialità incorporate nel sapere sociale. Nell'inventario del presente 
bisogna scrivere la possibilità di una grande trasformazione nei rapporti di produzione e di scambio 
fra gli esseri umani e, questo, a dispetto di tutte le culture che danno per scontata ed inevitabile questa 
società, sia che lo facciano per interesse, sia che lo facciano per ignoranza, perché l'uno e l'altra non 
comportano innocenza. Infatti, hanno ripudiato, oltre al materialismo storico e a quello dialettico, 
anche la lotta di classe che è diventata monopolio dell'iper-borghesia e sono approdate al "liberalismo 
umanitario" che è una spietata apologia del darwinismo politico-sociale e, attraverso questo, santifi- 
cano lo stato delle cose presenti. Passando attraverso la criminalizzazione e la demonizzazione delle 
parole. Una generazione, per anni, si è riconosciuta chiamandosi compagna e la parola suggellava 
un patto di appartenenza e solidarietà, qualche cosa ben oltre i gruppi politici e i loro programmi, 
qualcosa di difficilmente verbalizzabile proprio per la ricchezza della sua estensibilità. Compagna e 
femminista, ancor ieri provocavano vibrazioni che penetravano fin dentro gli abissi del disagio e 
della solitudine che pure c'erano anche allora. 



"V 



Ma, se sono le parole che fanno le cose, disfare quelle parole che sono, allo stesso tempo, categorie 
di rappresentazione e strumenti di mobilitazione, ha contribuito alla smobilitazione di quello che, un 
tempo, si chiamava femminismo. 

Il potere è la guerra. La guerra, continuata con altri mezzi, è iscrivere e riscrivere le disuguaglianze 
economiche, etniche e di genere fin nei corpi e, da qui, la gravità di quelle che si sono arruolate nelle 
Istituzioni che, di questa guerra fatta alle più, sono l'esercito. Da qui lo sdoganamento della violenza 
che pervade tutta la società, la recrudescenza del femminicidio in una società patriarcale che ha le- 
gittimato il razzismo da parte di chi si ritiene superiore ad un altro/a. E' la banalizzazione della morte, 
l'introduzione della pena di morte extra-legem, la distruzione di tutti gli equilibri di cui si facevano 
forti piccola e media borghesia, lavoratrici e lavoratori cognitivi e liberi professionisti. E' in questo 
contesto che si assiste alla riproduzione amico/a-nemico/a, costruita artificialmente attraverso il ri- 
chiamo ad un gruppo sociale, di volta in volta criminalizzato, che permetta di veicolare il concetto 
che siamo in guerra. E, quando si è in guerra, si usa l'esercito e il fine giustifica i mezzi. 
Ma, nessuna società può tollerare questo deprezzamento del valore della vita. Il valore della vita non 
solo si è deprezzato, è praticamente nullo. E' una società in corto circuito e la pretesa avallata e ri- 
petuta come un "mantra" dalla socialdemocrazia, che da questa società non si può uscire e non si 
può cambiare, non le permette di sopravvivere se non al prezzo della repressione, della forza, del 
sangue. Ed è per questo che lo Stato è in guerra contro le cittadine e i cittadini e chiama continuamente 
alla mobilitazione ed è disposto a cooptare chi si presta a concorrere all'oppressione delle/dei più. Si 
delinea, così, uno Stato che colonizza il territorio e, amministrativamente, la vita privata, l'esperienza 
individuale e collettiva. Il neoliberismo non riguarda più la conquista al mercato di tutti i territori e 
la riduzione a merce di tutto, ma, nella sua necessità autoespansiva, vuole impossessarsi anche degli 
aspetti più propriamente privati (soggettivazione-sessuazione). 

Il neoliberismo fagocita nell'universo mercantile tutto, il lavoro, la natura, la sostanza vivente e, per- 
tanto, anche l'immaginario e la mente. La donna merce è donna incarcerata tra sbarre di segni ideo- 
logici e culturali della società patriarcale e borghese, è donna che inizia ad essere programmata sin 
dalla nascita, facendosi riproduttrice di merce e, quindi, anche di se stessa come merce. Ogni donna 
realizza, inconsapevolmente, un programma che in lei è stato introdotto. La sua "normalità" è così il 
dramma sociale dell'esecuzione automatica, inconscia , della propria programmazione fabbricata per 
lei dal capitale, espressione attuale del patriarcato. 

La donna merce è senza "coscienza per sé", è coscienza del capitale che opera per il suo tramite. Do- 
minio reale del capitale significa assoggettamento della coscienza individuale delle donne ai pro- 
grammi di comportamento patriarcali, è il trionfo della "coscienza illusoria di sé", una catena che va 
spezzata e si può spezzare solo ponendo le proprie pratiche sociali in rapporto antagonistico con l'in- 
tera società borghese patriarcale. Il capitalismo è metabolismo sociale e investe tutti i rapporti sociali 
e, pertanto, l'alienazione della coscienza sociale individuale è generale e la si recupera con la rimo- 
zione di quei rapporti sociali di produzione che l'hanno generata. Pertanto il movimento espansivo 
della materia sociale è, necessariamente, connesso ad un processo sociale di accumulazione di in- 
formazione extragenetica con ciò intendendo tutta quell'informazione non riferita all'essere umano, 
come creatura biologica, e, cioè, non trasmessa con il patrimonio genetico/cromosomico. L'accumu- 
lazione di informazioni è un processo essenziale e costitutivo della produzione e riproduzione sociale 
e, di conseguenza, anche dell'esistenza stessa dell'umanità. La cultura è il processo sociale generale 
di questa accumulazione. La cultura è il movimento dell'informazione ed il processo di memoria dei 
collettivi umani: classe, genere, etnia ... Il processo sociale di informazione è un processo semiotico 
e ideologico, semiotico perché si avvale di segni, è produzione/scambio di segni, ideologico perché 
l'informazione è un microtesto che cristallizza la dialettica vivente nei rapporti sociali che lo hanno 
prodotto. E', quindi, una traduzione ideologica. 

Pertanto la donna viene inserita in un programma che, poi, automaticamente, sia pure inconsciamente, 
ne determinerà il comportamento per l'intera durata della vita. Quindi, nella formazione sociale bor- 



V 



ghese-patriarcale codici, funzioni e canali della comunicazione culturale sono controllati dalla classe 
dominante e dal maschio che ne detengono la proprietà "privata". Dato il controllo che la borghesia 
ed il maschio esercitano sui codici, sui canali di comunicazione, sulle modalità di decodificazione e 
interpretazione del messaggio, sulla cultura tutta, la donna si trova spesso nella condizione di essere 
letta e parlata dalle sue stesse parole, di essere portavoce di una realtà e di valori di cui non comprende 
il fine e la funzione. Affermare il carattere storicamente contestualizzato e segnico di tutte le zone 
della coscienza e della cultura tutta, significa ribadirne necessariamente il carattere ideologico. Per- 
tanto si rivela l'inconsistenza di tutte le teorie innatiste e idealiste, non solo la cultura, ma anche l'in- 
conscio esiste come realtà materiale nella società e nella memoria collettiva. E' il luogo dove quello 
che è rifiutato dall'ideologia dominante viene privato di parole, posto nell'impossibilità di comuni- 
care. E, all'ingiunzione di regole di comportamento dettate dall'ideologia vincente si accompagnano 
sempre precisi divieti, stigma e punizioni. Per questo, il divieto e la paura di infrangerlo (con relative 
conseguenze), soffoca il nostro presente ed il nostro futuro. Da qui, la necessità di una pratica sociale 
antagonista che ha arricchito il movimento femminista nel corso della sua ormai lunga, diversificata 
e contradditoria esperienza nella consapevolezza che il privato è politico e che il sociale è il privato. 
Di fronte all'ideologia dominante noi non scappiamo intimorite e ne lasciamo alla borghesia il mo- 
nopolio, ma abbiamo la ricchezza del materialismo storico dialettico. Strumento rivoluzionario perché 
consente e promuove un processo incessante di presa di coscienza delle stesse leggi di formazione 
della coscienza. Il risultato è una pratica sociale trasgressiva e comunicata. Significa pratica sociale 
orientata al soddisfacimento dei nostri bisogni materiali, delle nostre aspirazioni, ma anche al rag- 
giungimento della felicità e della gioia. E' un trasformarsi trasformando la società, è prassi politica, 
ma, contemporaneamente, prassi sociale. Significa guardare il presente con gli occhi del futuro. Li- 
berazione dal capitale e dal patriarcato significa produzione di festa e di autorealizzazione e diversa 
qualità del tempo e della vita. Tempo e vita sottratti alla tirannia del plusvalore e al dominio patriar- 
cale. 

Qui acquista importanza la produzione della memoria sociale, di fronte alla pretesa del capitale di 
avere il monopolio della produzione e della circolazione dei meccanismi di funzionamento della me- 
moria collettiva. L'area della comunicazione sociale è l'area della vita sociale: come la sua espansione 
è misura di ricchezza, così il suo controllo, da parte della borghesia, è una forma di pauperismo cul- 
turale. L'uso borghese patriarcale della memoria sociale produce un'informazione sempre più avve- 
lenata che passa attraverso l'imposizione dell'oblio, la censura e la simulazione dei fatti. 
Accompagnata dalla selezione dei fatti stessi. Il monopolio della lettura della memoria collettiva è 
una strategia di controllo sociale che passa dalla censura alla falsificazione dei segni ideologici e, 
per far questo, usa strumenti diversi compresa la socialdemocrazia ed il riformismo che, nelle reti 
della comunicazione quotidiana fanno guerra semiotica alla memoria e all'identità del movimento 
femminista. Tutto ciò attraverso la produzione di falsificazioni e di segni ideologici che, mentre si- 
mulano eventi sociali reali, presenti e passati, ne propongono una "modellizzazione" menzognera. 
La socialdemocrazia attua forme di dissimulazione per giungere, attraverso l'intossicazione e la ma- 
nipolazione della memoria femminista, al controllo preventivo dei comportamenti potenzialmente 
antagonistici. Poiché l'esperienza passata condiziona quella futura, si configura come codice dell'at- 
tività riproduttrice dei rapporti sociali. E, perciò, si capisce perché la declinazione della memoria 
collettiva assume una così grande importanza per la borghesia neoliberista e patriarcale. E, pertanto, 
concepisce il futuro come un semplice prolungamento dell'adesso. Da qui, la necessità, per il movi- 
mento femminista, di conquistare una memoria autonoma e collettiva della lotta di liberazione delle 
donne. 

La socialdemocrazia è incardinata sul principio di ricordare per conservare, mentre, noi femministe 
ricordiamo per trasformare. La nostra memoria è, necessariamente, determinata da molteplici e con- 
traddittorie accentuazioni. All'interno di queste, come complesse trame su un ordito, si svolgono in- 
trecci complicati di specifiche memorie, più o meno organizzati, più o meno frammentari, ma, il 



^ 



risultato finale è completamente unitario. E' un inno, un anelito alla nostra liberazione. Le informa- 
zioni, la cultura, non sono affatto neutre, buone per tutti i generi, le classi, le etnie ... La veicolazione 
della memoria collettiva, nella formazione semiotica ideologica borghese patriarcale, è esteriorizza- 
zione di sapere che si realizza sotto il dominio del capitale. Da qui, la necessità di rigettare i codici 
linguistici del potere che costituiscono la rete essenziale del controllo sociale. Da qui, la necessità di 
costruire un nostro linguaggio, una nostra prassi che investa tutti gli aspetti della vita, dall'appren- 
dimento del lavoro, dai linguaggi quotidiani, dall'eros, dalla capacità di sognare. Finalmente po- 
tremmo avere per oggetto e scopo la nostra vita: il corpo, il piacere, le passioni, le emozioni ... 
insomma, la realizzazione di noi come universo illimitato di desideri. La felicità è originata dall'au- 
torealizzazione ed è la misura della civiltà. In breve e insieme, rivoluzione sociale e culturale, rivo- 
luzione totale fuori e dentro di noi . 




Sp 



HT V v SABATO 2GIUGN0 POMERIGGIO ^v ~ 

VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI SULLE DONNE CON 

PARTICOLARE RIGUARDO ALLA SCUOLA, ALLA SANITÀ', 

AGLI ISTITUTI TOTALI 



NOI ODIAMO GLI UOMINI CHE ODIANO LE DONNE. 

VIOLENZA SESSUALE/FEMMINICIDI E MODERNO 

FASCISMO/MEDIOEVO CAPITALISTA CAMMINANO INSIEME 



MFPR-Movimento femminista proletario rivoluzionario 



Il titolo che abbiamo dato all' intervento di oggi, "NOI ODIAMO GLI UOMINI CHE ODIANO 
LE DONNE"- violenza sessuale/femminicidi e moderno fascismo/medioevo camminano insieme" 
vuole sintetizzare un ragionamento frutto di una comune riflessione che, alla luce di un'analisi ma- 
terialistico dialettica, noi compagne, lavoratrici, donne precarie, disoccupate del Mfpr abbiamo fatto 
anche sulla base delle esperienze concrete e di lotta messe in campo nelle diverse realtà in cui siamo 
presenti. 

Serve partire innanzitutto dalla necessità e urgenza, che per noi donne OGGI si pone, di inquadrare 
il clima politico, ideologico e sociale in cui e per cui tali violenze sessuali e uccisioni avvengono. 
Non si tratta affatto, come si è detto più volte e da diversi ambiti, di casi isolati da vedere in sé per 
sé, ma di una tendenza che andrà purtroppo accentuandosi: la violenza contro le donne, le uccisioni 
stanno assumendo una dimensione da vera e propria "guerra di bassa intensità" contro le donne, la 
stessa giurisprudenza ha iniziato a parlare di femminicidio. "Uomini che odiano le donne", come si 
saprà, è il titolo di un libro di successo dello scrittore Stieg Larsson che noi abbiamo utilizzato in 
questi ultimi tempi perché, al di là dei limiti che può avere il titolo di un romanzo, esprime in modo 
significativo la questione del perché oggi di questo aumento impressionante della violenza contro le 
donne, del fatto che essa tocca oggi soprattutto realtà di grandi città, di paesi capitalisti più moderni, 
e quindi del legame che vi è tra la violenza e la fase attuale che viviamo che noi definiamo di moderno 
fascismo/moderno medioevo, tra il carattere attuale della violenza contro le donne e questa società 
capitalista. Il moderno fascismo sta ora edificando a sistema tutto ciò che è reazionario, maschilista, 
nero, coltivando, in legame con i pesanti attacchi alle condizioni di vita, di lavoro, ai diritti della 
maggioranza delle donne, un humus di odio, anche preventivo, verso tutto ciò e tutti coloro che non 
possono accettare questo sistema di oppressione, repressione e che possono fuoriuscire dal "con- 
trollo", dalle donne, ai giovani, agli immigrati. Per le donne soprattutto, questo odio, che al di là di 
come si esprime, è fascista, si carica e alimenta sempre più il maschilismo; un odio tout court verso 
le donne, in quanto donne che pensano, che agiscono, che decidono. "In questo senso le uccisioni 
non si potranno fermare, né ci sono interventi di legge, di controllo che possano frenarle . . . "Gli uo- 
mini che odiano le donne" esprime l'immagine del sistema capitalista, nella sua fase di crisi, di pu- 
trefazione imperialista, di un sistema che non ha più nulla di costruttivo ma è solo distruzione" - 
abbiamo scritto in un recente opuscolo "Le uccisioni delle donne oggi", ripubblicato in forma ag- 
giornata in occasione del 25 Novembre scorso. I mass media hanno in questo un ruolo fondamentale. 
Su alcuni casi, come ad esempio quello dell'uccisione di Sarah Scazzi a Taranto, hanno costruito 
vergognosi talk show, su altri o si riducono a meri fatterelli di cronaca nera o addirittura non se ne 
parla, deviando o indirizzando così l'opinione pubblica in un certo modo per diffondere idee, giudizi 
spesso razzisti, di classe che comunque hanno lo scopo di utilizzare i casi di violenza o uccisioni 



^P 



delle donne per perpetuare/rafforzare la politica, l'ideologia "dominante" in questo sistema - rap- 
presentato al massimo grado/degrado dal governo Berlusconi ma che continua nella fase del governo 
Monti/Fornero in cui, guarda caso, riprendono anche i reazionari attacchi al diritto d'aborto - na- 
scondendo invece le cause sociali della violenza strettamente legata alla condizione della donna in 
questa realtà sociale. 

"La violenza sulle donne non fa - infatti - che proseguire la discriminazione, l'ingiustizia, il doppio 
sfruttamento e oppressione di cui siamo vittime in questa società capitalista..." 
E' sempre più sotto gli occhi di tutti come i padroni, il governo al servizio di essi, agiscono per ri- 
cacciare a casa noi donne. Tante sono nel nostro paese in questi mesi le lavoratrici licenziate, le ope- 
raie in cassa integrazione, le precarie sempre più precarizzate, le disoccupate alla ricerca di uno 
straccio di lavoro, le donne super sfruttate come le immigrate fin quasi a condizioni di moderno 
schiavismo. Si peggiorano rapidamente le già pesanti e discriminanti condizioni di lavoro e di salario 
delle donne, si scaricano ancor di più sulle donne i tagli e i peggioramenti ai servizi sociali, la gestione 
della crisi nella famiglia. Nello stesso tempo, con un discorso tanto ipocrita "sulla parità" quanto ef- 
fettivo di un primo passo di un attacco generalizzato, vi è stato per esempio, da Brunetta alla ministra 
Fornero oggi, l'innalzamento dell'età pensionabile delle lavoratrici, non riconoscendo l'aspetto "usu- 
rante" del doppio lavoro delle donne ai fini dei tempi di lavoro e della pensione. Il Corriere della 
Sera del 13 maggio scorso riportava: "La Fornero insiste sulla conciliazione "maschile" (i mariti de- 
vono fare di più in casa) ... il problema è che poco può essere fatto tramite il servizio pubblico perché 
occorre contenere la spesa". La Min. Fornero dunque fa la "femminista" ma per tagliare i servizi so- 
ciali e scaricarli sempre e di più sulla famiglia. Tutta la "politica di conciliazione" di cui anche la 
Camusso, le donne del PD, ecc. si riempiono la bocca, vuol dire solo: conciliate tra di voi! Perché il 
governo comunque deve tagliare! E sono ancora e proprio le donne a pagare i tagli alla sanità e la lo- 
gica puramente produttivista e utilitarista che vi regna, con il ritorno delle morti per parto. La Riforma 
del Lavoro anche per quanto riguarda il lavoro delle e per le donne non solo non contrasta ma cri- 
stallizza ed estende l'attuale condizione fatta, se va bene, di soli lavori a tempo determinato, precari. 
Nelle fabbriche la causale delle "motivazioni economiche" (contenuta nella modifica dell'art. 18) 
verrà usata per dare legittimità ai licenziamenti delle donne già molto elevati; inoltre la riforma, pur 
se ipocritamente la Fornero parla delle donne, mantiene tutte le forme esplicite di discriminazioni - 
sul salario, sulle mansioni, su assunzioni e licenziamenti, ecc. - come in un'assemblea recente a Po- 
migliano le operaie Fiat hanno denunciato. 

Vi è poi tutta la questione della famiglia, nuovamente posta al centro sia da destra che da "sinistra", 
e del ruolo che le donne devono avere in essa in questa società. Noi diciamo "in morte della famiglia". 
Ma che cos'è la famiglia? Dal 30 maggio al 3 giugno di quest'anno si tiene a Milano l'incontro mon- 
diale delle famiglie in cui si discuterà del ruolo della famiglia che, secondo le associazioni cattoli- 
che:"resta, infatti, per comune percezione nel paese, la fondamentale istituzione della società e 
richiede, specialmente in questo momento di pronunciata crisi economica e sociale, la pianificazione 
di interventi adeguati e meditati, che ne sostengano la funzione e ne promuovano il ruolo." Solo da 
questa premessa si comprende come al centro di questo incontro è il fatto che la famiglia e le donne 
all'interno di essa ancor più dovranno svolgere un ruolo di ammortizzatore sociale, sia pratico che 
ideologico, su cui scaricare il peso dei servizi sempre più tagliati, come tutte le tensioni sociali. Sap- 
piamo bene, poi, come questi incontri abbiano risvolti ideologici e pratici contro le donne a partire 
dalla "difesa della vita sin dal suo concepimento". La famiglia è uno dei puntelli fondamentali della 
marcia verso il moderno fascismo del governo e dello Stato borghese affiancati dalla Chiesa, una fa- 
miglia che deve essere funzionale ad essa sia nel senso di essere subordinata alle scelte politiche del 
governo e dello Stato, sia in termini di sostegno attivo sul piano ideologico di quelle scelte (la difesa 
della "sicurezza", dei valori di conservazione, ecc.), La 'famiglia' poi per la Chiesa sempre più in- 
vadente nella vita sociale e politica è la "sacra famiglia". Volutamente sempre più astratta, non reale, 
perché essa e il ruolo della donna in essa, devono essere il fondamento che salva "l'ordine sociale 



V 



esistente - cioè che salva il loro sistema 
capitalista - in cui le donne devono, come 
scrive Ratzinger, "lenire le ferite, far zit- 
tire chi vuole urlare e lottare. . .", per im- 
pedire che le contraddizioni di classe, 
sociali esplodano in ribellione, rivolta, ri- 
voluzione. Ma questa santificazione non 
può nascondere una realtà concreta in cui 
per la maggioranza delle donne non c'è 
scampo in questa società; in particolare 
per le proletarie si tratta sempre più di un 
ritorno ad un moderno medioevo che si 
lega alla concezione della "proprietà" che 
in questo caso, a differenza delle famiglie 
dei borghesi, dei capitalisti, dei ricchi, 
può essere per i maschi solo quella della 
moglie e dei figli, alla concezione del 
ruolo del maschio che a volte schiacciato 
sul lavoro, frustrato nel suo ruolo, si ri- 
vale sempre più spesso in modo maschi- 
lista e fascista sulla "propria" donna. 
Tutto questo trova la sua manifestazione 
più tragica nei femminicidi fatti da "nor- 
mali" uomini. Chi violenta, che uccide 
trova, quindi, in questa società il clima, 
l'humus adatto, favorevole sentendosi le- 
gittimato, quasi autorizzato, "... un clima 
politico/sociale sessista-razzista, di rea- 
zione alle donne che si vogliono ribellare, 
che vogliono rompere con i legami op- 
pressivi - il ruolo nella famiglia. ..". Nell'Origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato 
viene ripresa una frase di Marx: " la moderna famiglia. . . contiene in sé, in miniatura, tutti gli anta- 
gonismi che si svilupperanno più tardi largamente nella società e nel suo Stato. Una tale forma di fa- 
miglia segna il passaggio dal matrimonio di coppia alla monogamia. Per assicurare la fedeltà della 
donna, e perciò la paternità dei figli, la donna viene sottoposta incondizionatamente al potere del- 
l'uomo; uccidendola egli non fa che esercitare il suo diritto...". Un'analisi quanto mai attuale. La 
maggior parte degli assassinii di donne, delle violenze sessuali, sono una miniera di esempi di quanto 
scritto da Marx. Alcune uccisioni e violenze sembrano poi una parafrasi de "l'origine della famiglia, 
della proprietà privata e dello Stato", vedi l'uccisione di Sarah Scazzi (delitto di famiglia), vedi l'uc- 
cisione di Melania Rea (delitto di apparato dello Stato), vedi lo stupro di Strauss- Kahn, direttore ge- 
nerale del FMI (violenza dei padroni, dei ricchi). E' alla luce di tutto ciò che siamo chiamate oggi a 
rispondere a questa guerra scatenata contro le donne . Affrontare la questione della violenza sessuale 
e dei femminicidi esclusivamente con le misure repressive o con il potenziamento dei centri antivio- 
lenza, come le donne, dal governo, al PD, alla Camusso e company fino a settori del femminismo 
borghese/riformista pongono, non può essere la "soluzione". Le misure repressive non fanno che ali- 
mentare un clima oscurantista, razzista (vedi il pacchetto sicurezza nato dalla strumentalizzazione 
del governo di allora della violenza di Giovannna Reggiani ad opera di un immigrato), ideale per la 
coltivazione e diffusione di idee e pratiche fasciste, maschiliste, di sopraffazione che finiscono per 
favorire la violenza; si creano città sotto controllo, invivibili, si propongono addirittura zone 




^r 



rosa/ghetto per sole donne, in cui siano bandite le normali libertà, la socialità tra i ragazze e ragazzi, 
tra le persone, l'uso normale delle città. La logica dei centri antiviolenza è limitata e limitante perché 
interna a questo sistema sociale, perché tende ad individualizzare i casi di violenza soffocandone in- 
vece l'aspetto sociale della questione e la necessità della ribellione e della rivoluzione attraverso la 
lotta collettiva delle donne. "...Non è possibile lottare contro la violenza sessuale e i femminicidi 
senza rovesciare questo sistema sociale che li produce e di cui se ne fa puntello. Questa lotta non ha 
niente da spartire con la politica del femminismo piccolo borghese che vuole "liberarsi dalla famiglia" 
in una logica però tutta individualista, né può essere ridotta a mera lotta contro gli uomini . . . ma ha 
a che fare invece con la concezione/pratica del NOI ODIAMO GLI UOMINI CHE ODIANO LE 
DONNE, nel senso che ad una violenza che è sistemica la maggioranza delle donne deve rispondere, 
organizzandosi, con la legittima violenza rivoluzionaria - che deve esprimersi già da oggi, lasciando 
ad altri i lamenti e le inutili e impotenti richieste, e sviluppando una linea combattiva verso gli stu- 
pratori, assassini e le Istituzioni ".. .Questa lotta, rivoluzionaria, se non può che essere fatta innanzi- 
tutto in prima persona dalle donne, che subiscono tutte le catene, non è però interesse solo delle 
donne, ma di tutti i proletari, perché è una lotta per una nuova umanità, nuovi rapporti sociali ..." 
NOI ODIAMO GLI UOMINI CHE ODIANO LE DONNE vuol dire lottare contro le radici della 
violenza sessuale e delle uccisioni contro le donne, lottare contro questo sistema capitalista che deve 
essere distrutto, e le donne hanno doppie ragioni per farlo! 

Il 10 Marzo scorso noi compagne del mfpr insieme alle lavoratrici dello Slai Cobas per il s.c, abbiamo 
organizzato un'assemblea nazionale di donne a Palermo che è rientrata nella settimana dell '8 marzo 
che ha visto in quella città tra l'altro lo svolgimento di un bel e combattivo corteo di 150 lavoratrici, 
precarie e studentesse. L'assemblea, in cui la questione violenza/uccisioni delle donne ha avuto una 
parte significativa nella discussione collettiva che ha riguardato nella prima metà tutti gli aspetti della 
condizione di doppia oppressione (lavoro/genere), è entrata poi nel merito di come concretamente e 
praticamente continuare a mettere in campo la lotta contro una condizione che scaturisce dal sistema 
sociale capitalista nel suo complesso, e in questo senso ribadendo la necessità che le diverse lotte 
delle donne escano dai diversi ambiti per unirsi e mettersi in collegamento tra di loro, l'assemblea 
ha lanciato l'appello a tutte le lavoratrici, precarie, disoccupate, giovani, compagne in lotta per uno 
SCIOPERO DELLE DONNE per l'8 marzo dell'anno prossimo! Sciopero delle donne per noi vale 
come una pregnante parola d'ordine perché se si riuscirà ad organizzarlo come risposta complessiva 
di classe e di genere a quella che è una guerra complessiva contro di noi sarà una cosa importante, 
di forte rottura e impatto, di valore sul piano strategico. Le condizioni oggi ci sono ma sappiamo 
anche di avere contro parecchi, il governo, i padroni naturalmente, ma la vera questione è costituita 
da altre dighe, sia sul fronte sindacale che del riformismo femminista. Dall'assemblea di Palermo, 
di cui ci sono disponibili gli atti scritti, vogliamo portare oggi questo appello anche a tutte voi perché 
lo sciopero delle donne, totale, come abbiamo detto, vuole guardare a tutta la condizione di doppia 
oppressione delle donne in questa società di cui la violenza e i femminicidi sono il frutto più marcio. 



Sp 



E' ORA CHE LE FEMMINISTE E LE LESBICHE ARMINO I LORO CANTI 



GLF Gruppo di lavoro femminista - ROMA - Contro i Cie e contro il controllo sociale 



I Cie, Centri di identificazione ed Espulsione, sono nati non per internare persone che hanno com- 
messo un reato, ma che non hanno il permesso di soggiorno nel nostro paese. Sono stati creati come 
Cpt con la legge 40/1998, Turco-Napolitano, primo governo Prodi, Giorgio Napolitano ministro degli 
Interni, Livia Turco ministra della Solidarietà Sociale, Luigi Berlinguer ministro della Pubblica Istru- 
zione, Pierluigi Bersani ministro dell'Industria, Commercio e Artigianato, Tiziano Treu ministro del 
Lavoro e della Previdenza Sociale, Rosy Bindi ministra della Sanità, Walter Veltroni ministro dei Beni 
Culturali. La legge fu approvata con votazione ad appello nominale. Votarono a favore anche il Partito 
della Rifondazione Comunista, compreso l'attuale segretario del Sei, Niki Vendola. La legge ha intro- 
dotto il principio di detenzione amministrativa per cui si può essere internate/i per una condizione, cre- 
ando un vero e proprio "vulnus" nel concetto di diritto. La detenzione per condizione e non per reato, 
porta alla reclusione "amministrativa" di soggetti che per quello che sono e non per quello che fanno, 
sono passibili di condanna, detenzione e/o internamento. Il fatto che una condizione, poi, venga rubricata 
come reato, nulla toglie al concetto di base, anzi lo aggrava, perché rende manifesta l'azione dello Stato 
di arrogarsi il diritto di definire "reato" qualsiasi comportamento o situazione di per sé. E' il trascina- 
mento dallo Stato di diritto allo Stato etico. Una nota a margine riguarda, chiaramente, il fatto che le 
leggi non sono nulla di neutrale o al di sopra delle parti, ma rappresentano la sanzione formale di un 
rapporto di forza. Il concetto di detenzione per condizione e non per reato, apre scenari inquietanti. Il 
fatto che, oggi, a farne e spese siano le migranti ed i migranti considerati, per svariati motivi, irregolari, 
nulla toglie alla possibilità che, da tanti segnali, è più reale di quanto si possa credere, che venga inter- 
nata/o chiunque non sia gradita/o al sistema, per condizione di vita ("vagabondi", senza fissa dimora, 
senza possibilità di sostentamento?), per scelta comportamentale e/o sessuale (gay, lesbiche, trans, pro- 
stitute?), per etnia (Rom, Sinti?), per scelta politica e/o ideologica e dissidenti ritenuti, a qualsiasi titolo, 
"pericolosi" per la società. Le donne sono soggettività ad alto rischio, perché il non rientrare nei ruoli, 
per le non omologate a vario titolo, può essere ragione di condanna sociale e la conseguente "rieduca- 
zione" è una possibilità tutt'altro che peregrina. Questa è una società che ha fatto diventare reati penali 
una miriade di scelte e di comportamenti individuali. Ha criminalizzato la povertà, la mendicità, la con- 
dizione di senza casa, la marginalità di chi rovista nei cassonetti. . . l'assunzione di droghe, bere alcolici, 
dormire per strada, scrivere sui muri. . . per non parlare di chi si ribella o si organizza. Tutto è perseguibile 
penalmente e amministrativamente. Il così detto "reato d'autore" o "colpa per il modo di essere", tater- 
schuld, si è delineato, accanto alla comune concezione di colpa, legata ad un fatto specifico, nella dot- 
trina tedesca , attorno agli anni '40: una profonda mutazione genetica per cui non si risponde penalmente 
per quello che si è commesso, ma per quello che si è. Si è perseguite/i per quello che si è, in riferimento 
all'estrazione familiare, sociale, all'etnia, al tipo di vita, all'io, al modo di essere e, tutto questo, è l'obiet- 
tivo reale della persecuzione penale. Anche durante il fascismo, in Italia, alla fine degli anni '30 furono 
introdotti i campi di internamento, da non confondere con quelli di concentramento, dove venivano 
rinchiuse persone non per aver commesso un reato, ma ritenute pericolose socialmente: antifascisti, 
Rom, omosessuali, a cui si sono aggiunti, dopo le leggi razziali, gli ebrei. Per gli idolatri della legalità, 
le leggi razziali erano una legge dello Stato e, perciò, andavano rispettate. Battezzati con i Rom, i campi 
di internamento cominciarono a proliferare in tutta Italia: ce ne furono anche per sole donne, natural- 
mente con direttrici donne. Anche allora, commissioni di vario tipo visitavano i campi, prime fra tutte 
quelle della Croce Rossa che, almeno allora, si asteneva dal gestirli direttamente. Tante persone lavo- 
ravano per e intorno ai campi: dalla polizia che andava a prendere a casa o per strada le persone da in- 
ternare e svolgeva opera di controllo, al personale, spesso civile, dal direttore/direttrice a tutte le altre 
figure e alle ditte che fornivano il necessario per il funzionamento degli stessi. E c'era la stampa che, 
da una parte, demonizzava le pericolose figure degli internati/e e, dall'altra, faceva finta di non sapere 



pere * 



dell'esistenza dei campi, se non quando raccontava le lamentele e le paure dei cittadini/e che avevano 
la "sventura", poverini/e (!) di viverci accanto. Fino a qui tutto uguale. Però una differenza c'è. La storia 
non è ragioneria, ma qualche volta, i conti bisogna farli. Nella nostra democratica repubblica, nei Cie, 
c'è un numero considerevole e spaventoso di pestaggi, all'ordine del giorno, numerosi casi di morte, 
sempre rubricata come naturale, di suicidi e di gesti dolorosi di autolesionismo. Chi si infligge orrende 
mutilazioni, come quella donna che si è cucita la bocca, siccome siamo tanto civili e progredite/i, viene 
portata nel reparto di neurologia e psichiatria di un ospedale perché qualche esperto/a ci deve mettere 
a posto la coscienza e dirci che non è disperata, ma soltanto pazza. A tutto questo vanno aggiunte/i le/gli 
"irregolari" che sono state/i ricondotte/i forzatamente nel loro paese. Non ci vuole molta fantasia per 
immaginare in quale inferno le/i abbiamo gettate/i. Nessuno/a dica non sapevo, non immaginavo, non 
credevo. Non ci sono zone neutre: o si è contro o si è complici. I campi di internamento pensavamo di 
non vederli più e, invece, dobbiamo fare i conti con i Cie. La rappresentazione ed i ruoli sono sempre 
gli stessi, però, fra trent'anni, metteranno una targa ricordo nei Cie, faranno qualche convegno, ci por- 
teranno le scolaresche e ci faranno qualche dotto libro. I Cie non sono un ambito settoriale, ma una 
proiezione della nostra società. Una volta si diceva che per giudicare un paese bisognava conoscerne il 
sistema carcerario, oggi hanno trasformato la società in un carcere a cielo aperto. Le ondate migratorie 
vengono usate anche per instillare nei cittadini/e la paura del diverso/a, paura sfruttata per legittimare 
la persecuzione, l'internamento, la deportazione delle/dei migranti e per far accettare una legislazione 
securitaria sempre più invasiva rispetto alle vite di tutte e di tutti. Da qui l'incentivazione degli atteg- 
giamenti razzisti nella popolazione, funzionali, oltre tutto, ad una guerra fra poveri, in cui i cittadini /e 
"legittimi" scaricano sul migrante e sul diverso frustrazioni e impossibili rivincite. Dentro i Cie viene 
esercitata quotidianamente violenza e violenza di genere, da parte degli operatori in divisa e non. Come 
possiamo pensare che chi pratica la violenza quotidiana in quell'ambito, fuori da lì sia qualcosa di di- 
verso? Vengono delegati ad essere lì dentro violenti e, fuori, al servizio dei cittadini/e (!?!) E per qual- 
cuno/a diventano interlocutori, come se questo fosse possibile. La violenza insita nel ruolo diventa, poi, 
anche abitudine. Crediamo ancora che le persone siano al "lavoro" qualche cosa e in famiglia o nel- 
l'ambito privato, diversi? "buoni padri, mariti, figli"? Quello che succede nei Cie, compresa la violenza 
di genere, smaschera l'inconsistenza di chi pensa che la soluzione sia nella "convivenza civile" e 
neh' "educazione alla convivenza fra i sessi". E chi sarebbero i referenti di questo messaggio buonista 
e politicamente corretto, in questo caso? Quelle/i rinchiusi o chi le/li ha rinchiusi? Chi i pestaggi li su- 
bisce o chi li fa? E, riguardo al rifiuto della violenza, a chi dobbiamo dire che non va mai praticata? A 
chi la subisce o a chi la esercita? I Cie sono un momento molto alto del controllo sociale. Questa è una 
società basata sullo sfruttamento dell'essere umano sull'essere umano e sulla natura intera e, perciò, ha 
bisogno dei Cie, delle telecamere, delle intercettazioni telefoniche, delle cimici ambientali, di una le- 
gislazione invasiva. Rispetto a questo progetto, partiti, onlus, ong, media, polizia, magistratura, sono 
tutti chiamati a partecipare. Siamo tutte/i in libertà vigilata e condizionale. Siamo libere/i di dire e di 
fare quello che vogliamo purché siamo omologate al pensiero unico di conservazione di questa società. 
Per chi esce fuori dal coro le parole come democrazia, libertà di opinione e via dicendo non valgono. 
Ma i Cie sono, anche, un momento molto alto del controllo del mercato del lavoro. La composizione 
della popolazione internata è caratterizzata da un gran numero di lavoratori stagionali, soprattutto agri- 
coli, da manovalanza edile, da badanti, domestiche, prostitute, da lavoratori e lavoratrici migranti che 
sono arrivati da poco in Italia, traghettati nei momenti in cui servono lavoratori in nero nelle campagne, 
ma anche da lavoratori e lavoratrici migranti che stanno in Italia da tanti anni, che qui hanno ormai fa- 
miglia e radici, ma che hanno perso il lavoro e, quindi, anche il permesso di soggiorno. Chi è rinchiusa/o 
nei Cie non ha più una storia personale, non conta l'età, il lavoro che faceva, i traguardi personali rag- 
giunti e le speranze coltivate e perde il diritto alla parola. Le storie della donna senegalese, da dodici 
anni in Italia, sei figli, che perde il lavoro e viene internata e della donna tunisina, da ventuno anni in 
Italia che, licenziata, viene deportata, nonostante quattro figli che è costretta a lasciare qui, sono solo 
degli esempi fra i tanti. I Cie costituiscono serbatoio di riserva e di regolamentazione, non a caso si 



Sfr 



svuotano e si riempiono a seconda delle esigenze delle lavorazioni stagionali, e permettono il ricambio 
del mercato del lavoro con la deportazione di chi lavora magari qui da tanto e viene sostituita/o con 
"merce fresca". I migranti e le migranti lavorano in condizioni di semischiavitù, sono i nuovi schiavi e 
le nuove schiave della nostra epoca, ma costituiscono anche arma forte di ricatto nei confronti di tutti 
gli altri lavoratori costretti ad accettare, di conseguenza, condizioni di orario e di retribuzione proibitive. 
Ciò che informa le leggi sull'immigrazione è la governabilità dei corpi, non solo dei/delle migranti, ma 
di tutte/i, allo scopo di garantire il massimo di produttività. In pratica, l'obiettivo principale è una sempre 
maggiore appropriazione di ricchezza dagli individui messi al lavoro. A conferma che la ricchezza è 
sempre data dalla quantità di lavoro e che l'obiettivo del capitalismo è appropriarsene nella maggior 
misura possibile. Gli individui vengono usati come macchine, e, come tali, vengono acquistati, venduti, 
rottamati. Per fare questo, bisogna piegare le persone alla solitudine e all'insicurezza. I Cie non sono 
un raffreddore o qualcosa di patologico, ma fanno parte di questa società. Addentrarsi nella problematica 
dei Cie significa, quindi, smascherarne la natura intrinsecamente funzionale al sistema e, fare i conti 
con la loro essenza, è mettere in discussione i principi fondanti di questa organizzazione sociale. Queste 
strutture sono momento importante di questa società. Infatti sono presenti in tutti i paesi europei in se- 
guito all'adozione di una politica comune sulle migrazioni da parte degli Stati dell'Unione Europea, 
sancita negli accordi di Schengen del 1995. E' l'Agenzia Frontex che viene delegata e pagata da noi 
europei per "tutelare" le frontiere e provvedere anche ai rimpatri forzati. In questo contesto i partiti e 
partitini della così detta sinistra partoriscono amenità del tipo che i Cie sono illegali, come se non fossero 
legge dello Stato, e che violano il diritto internazionale, come se non fossero presenti anche in tutti gli 
altri paesi europei. Poi, ne fanno un'occasione di sola propaganda contro il centro-destra, dimenticando 
che sono stati istituiti dal centro-sinistra con il nome di Cpt e che anche nell'Inghilterra laburista e nella 
Spagna socialista, hanno lavorato e lavorano a pieno regime e con gli stessi criteri con cui operano in 
Italia. Ma, l'analisi e le iniziative che la così detta sinistra e le organizzazioni collaterali portano avanti, 
non sono il frutto di un'errata lettura, tutt'altro. Non possono e non vogliono parlare del controllo sociale 
che soffoca questa società, perché, di questo controllo, sono partecipi. Infatti, effettuano il trascinamento, 
nei pochi momenti in cui se ne occupano, della problematica dei Cie sul solo piano dell' antirazzismo 
e dei risvolti umanitari. E strumentalizzano l' antirazzismo che è un tema nobile, su cui tutte/i abbiamo 
il dovere di impegnarci, per lavarsi la faccia e per utilizzarlo prò partito, senza toccare il tema centrale 
che è quello delle scelte neoliberiste, a cui concorrono, e che hanno trasformato questo paese nella fat- 
toria orwelliana. E il mediterraneo è un cimitero. Ma le responsabilità del sistema economico-politico 
delle multinazionali e delle guerre neocoloniali non vengono mai messe in discussione, anzi, viene in- 
centivato il razzismo nei confronti di quei popoli . I notiziari ci descrivono numeri e tipologia dei/delle 
disperati/e che arrivano sulle nostre coste e ci dicono che ci sono molte donne, anche incinte e anche 
con bambini. Ma qualcuna si è chiesta che fine fanno o hanno fatto? Dove vengono messe? Vengono 
anche loro deportate? E come? Dovremmo chiedercelo non per spirito di parte o tutela di categoria, ma 
perché sappiamo che le donne, oltre a tutte le vessazioni, le violenze, le umiliazioni, subiscono anche 
le violenze di genere e che per una che ha la forza fisica e mentale, la lucidità e il coraggio di denunciare, 
tantissime continuano ad essere maltrattate ed umiliate. Però stiamo tranquille/i. Il centro-sinistra, guar- 
date la regione toscana, non vuole i Cie solo in ogni regione, ma in ogni provincia e, come dicono i 
partitini della così detta sinistra "radicale", li vogliono "umani" e con la partecipazione di quelle asso- 
ciazioni umanitarie che, guarda caso, gravitano intorno a questi partiti e partitini. Non esistono Cie dal 
volto umano, non esistono guerre "umanitarie", non esistono torture per un buon motivo, magari con 
l'assistenza di medici ed esperti. Le leggi sull'immigrazione e i Cie hanno una rilevanza che va ben 
oltre il campo specifico ed è per questo che le femministe ed i solidali e le solidali che se ne occupano 
da tanto tempo sono oggetto di una particolare attenzione repressiva. 

Non è più tempo di coltivare orticelli o di ritirarsi in giardini protetti, perché spazi in cui rifugiarsi non 
ce ne sono più. E' ora che le femministe e le lesbiche armino i loro canti. 



"V 



IL CORPO E' MIO, DELLO STATO DEL MERCATO? 
RAPPRESENTAZIONI E AUTORAPPRESENTAZIONI DEL LAVORO DI CURA 



Elena De Marchi/Scateniamotempeste 




Le streghe non sono solo accusate di avvelenare e di uccidere, 
di crimini sessuali e di cospirazione, ma anche di curare e di guarire. 
[...] Le streghe guaritrici erano spesso le uniche che prestavano assi- 
stenza alla gente del popolo, che non aveva né medici né ospedali, e vi- 
veva nella povertà e negli stenti. Particolarmente chiara era 
l'associazione tra strega e levatrice [...] L'affermarsi della medicina 
come professione che richiedeva un'istruzione universitaria rese facile 
escludere legalmente le donne dalla sua pratica. * 
*Barbara Ehrenreich, Deirdre English, Witches midwives and nurses. 
Complaints and disorders, New York nel 1973 (in R. Sarti, Streghe, 
serve e . . . storiche. Qualche spunto di riflessione su storia di genere e stregoneria, «Storicamente», 
4 (2008), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/streghe/sarti.htm) 

Come è chiaro, secondo le due autrici, vi è un filo rosso fra stregoneria e la donna che cura le altre e 
i malati, nelle società di età moderna, per cui colei che cura è al tempo stesso fattucchiera e curatrice, 
racchiude in sé pertanto il disprezzo e la fiducia, contemporaneamente. 

E certamente, a lungo, nella mentalità popolare, le due caratteristiche andarono a braccetto, così 
come, forse anche proprio per questo motivo, il lavoro di cura fu uno dei temi più cari al femminismo 
anni Settanta, poi divenuto fuori moda, oggi tornato prepotentemente alla ribalta da un lato a causa 
della diffusione del proliferarsi delle figure che lo esercitano (si veda il fenomeno "badanti"), dal- 
l'altro grazie alle ricerche sulla femminilizzazione del lavoro, strettamente connesse all'ambito della 
cura. 

Pur consapevole della vastità del discorso, vorrei porre l'accento sulle rappresentazioni e le autorap- 
presentazioni delle figure legate al lavoro di cura, siano esse pagate per svolgere tali attività, lavora- 
trici senza salario, come tutte quelle figure femminili che siamo anche noi quando ci prestiamo ad 
assistere qualcuno per qualsivoglia motivo non autosufficiente, in nome di legami affettivi, parentali 
e con dedizione pressoché (almeno apparentemente) incondizionata. Per motivi di brevità concentrerò 
l'attenzione su pochi aspetti. Lo scopo è tutto politico ed è quello di sottolineare come, di colei che 
si dedica alla cura, la cosiddetta care-giver, la società e lo stato forniscano un'immagine del tutto di- 
storta, funzionale al sistema, che costringe le donne stesse a nutrire un senso di colpa costante verso 
i datori di lavoro, gli assistiti, i familiari da curare, i familiari lontani. 

Disponibile 24 su 24, una donna la cui funzione è assistere un anziano malato e non autosufficiente, 
e farlo con amore e totale dedizione. Far diventare l'anziano malato il centro dell'attenzione. Curare 
i figli altrui come i propri. In nero, "in grigio" (come emerge dalle recenti ricerche), in regola, non 
importa. Per qualsiasi cifra. Purché sia devota alla causa. In varie città italiane sono disponibili servizi 
offerti dal Comune o dalla Provincia che vi mettono in contatto con l'assistente familiare, e a volte 
si può scegliere anche età, provenienza, corporatura, esperienza della stessa. Sono servizi efficienti, 
che si auto-proclamano progressisti e che si occupano di tutelarvi step by step e di tutelare anche lei, 
con i pochi diritti che ha. Sono servizi domiciliari che riempiono il vuoto che lo stato ha lasciato 
smantellando un po' alla volta il servizio di un welfare, la cui domanda, a causa dell'invecchiamento 
della popolazione, era al contrario cresciuta. 

D'altro canto, si dice che le donne italiane non possano "più" assistere gli anziani, perché lavorano 
fuori casa, per cui è previsto inevitabilmente che, in carenza di servizi pubblici, ci siano altre donne, 
per lo più straniere e residenti in paesi poveri, s'intende, disposte a fare un lavoro considerato di serie 



V 



B socialmente ed economicamente. Ci tengo inoltre a sottolineare che essere in nero, per le assistenti 
familiari extracomunitarie, significa inoltre essere clandestine, cioè, secondo lo stato, commettere 
un reato, cosa che le rende ancora più ricattabili, togliendo loro anche la possibilità di contrattare un 
salario. Questa è la situazione attuale. 

L'opinione pubblica, esattamente come per le streghe cinquecentesche, ha una doppia immagine ste- 
reotipata di queste donne, da un lato quello di figure preziosissime (perché efficienti, ricattabili e a 
buon mercato), dall'altro quello di profittatrici senza scrupoli, che vivono dei bisogni delle famiglie 
di un paese più ricco di quello di provenienza. Si fa spesso leva sul fatto che queste donne debbano 
essere delle vestali devote, che non possano portare amici e conoscenti in casa, che debbano essere 
iper-professionali (facendo corsi di aggiornamento, se in regola), che debbano a tutti i costi allacciare 
un legame affettivo con l'anziano, perché il lavoro di cura è un lavoro d'amore. 
In questo panorama fitto di sospetto e buoni sentimenti, mi ha colpito molto l'esito di diverse ricerche, 
in cui le assistenti familiari assumono un volto più umano, quello di donne, spesso madri, che hanno 
lasciato i figli e le figlie lontane, che hanno relegato gli affetti in un cassetto, che magari vanno anche 
d'accordo con l'assistito/a e la sua famiglia ma che, se non fosse per denaro, mai e poi mai si sogne- 
rebbero di vivere in una casa altrui, soggette a regole spesso ottocentesche, sia per quel che riguarda 
gli orari da rispettare che i comportamenti da tenere. Emergono immagini di donne, che sentono la 
mancanza dei figli e che provano sensi di colpa, per averli lasciati con al paese con le nonne o con 
altri parenti. Il senso di colpa diventa in alcuni casi doppio, verso gli anziani da assistere, sempre 
meno estranei ma nei confronti dei quali manca lo slancio emotivo, e verso i figli, sempre più estranei. 
L'unica forma di salvezza risulta la solidarietà reciproca delle domeniche pomeriggio libere, passate 
fra connazionali. Isolate per il resto della settimana. Molto poche, le rivendicazioni politiche. 
Ecco, la questione del senso di colpa, mi sembra una chiave di lettura attuale, per molte di noi,come 
se il "paradigma badante" fosse valido per tutte, non solo perché siamo spesso costrette a svolgere 
dei lavori poco garantiti, poco retribuiti, poco interessanti e frustranti, ma perché la dedizione l'in- 
successo, il fallimento vengono attribuiti dalla nostra società, che millanta per ogni dove la merito- 
crazia, a noi stesse, che magari non svolgiamo con sufficiente amore e dedizione i nostri compiti 
lavorativi. Le badanti siamo noi, scollegate le une dalle altre, con una dose sottopelle di senso di 
colpa, di bisogni inespressi, di necessità di essere altro, incapaci di fare fronte comune, finché re- 
stiamo isolate. Ognuna con una sua rivendicazione, che non diventa mai collettiva. 
Uno stato che abbatte i diritti e le libertà individuali (sempre più zone rosse, leggi repressive, controllo 
sociale) e una società dove la spontanea solidarietà è venuta meno, non solo non smette di ri-affidare 
il lavoro di cura quasi esclusivamente alle donne, come se fosse qualcosa di cui occuparsi per carat- 
teristiche innate, come si sosteneva tanto tempo fa, ma le colpevolizza anche, rendendo intimo il 
senso di colpa verso gli assistiti e magari verso sé stesse e i propri affetti. E, oltre a fare ciò, applica 
il "paradigma badante" a tutte: efficienti, devote, serve del lavoro, disponibili 24 ore su 24, disorga- 
nizzate nella lotta, incapaci di rivendicare. 

Dobbiamo per questo rifiutare l'immagine di una donna eternamente a disposizione dell'altro/a, so- 
prattutto nei casi in cui il piano del mestiere viene mescolato a quello dell'umanità che si deve al- 
l'assistito. Dobbiamo smettere di invocare soltanto più servizi a prezzo delle altre, delle donne di 
serie B e capire che i meccanismi che le imprigionano per farci sentire emancipate oggi stanno im- 
prigionando anche noi. Dobbiamo rifiutare il concetto di meritocrazia, che ogni giorno viene esaltato 
per creare condizioni di disparità fra sfruttate; dobbiamo liberarci dello spirito che non esiterei a de- 
finire da "crocerossina" o, peggio, da "missionaria", per apparire più brave e attutire il nostro senso 
di colpa: la maestra che non ha il materiale per la scuola, lo compra con i suoi soldi; l'insegnante de- 
dica ore gratuitamente alla scuola per gli studenti disagiati, convinta di fare del bene; l'educatrice 
che compra la frutta alle ragazze della comunità. . . Si potrebbero fare centinaia di esempi, dove ven- 
gono coinvolti il lato affettivo, la buona volontà, l'umanità, la pietà, magari anche assieme alla volontà 
di mantenere un posto di lavoro che, seppure per quattro soldi, ci permette di campare, dimenticando 



^ 



che la nostra vita dovremmo sceglierla noi e non farla scegliere ai nostri sensi di colpa e che il tempo 
è nostro. Non è un appello all'individualismo: la solidarietà è quella che noi decidiamo di portare 
avanti nei confronti delle altre aldilà degli obblighi che ci vengono imposti, è spontanea; essa è co- 
scienza di classe, ha l'obiettivo di sostenerci le une le altre in nome di parole comuni e non di interessi 
corporativi; non è carità e non si deve acriticamente a tutti; ma soprattutto non è e non deve essere 
un modo per renderci complici del sistema. 



LA LINGUA COME ISTITUZIONE 



Dumbles - feminis furlanis libertaris - Udine 



Breve premessa: 
Abbiamo recentemente ripreso a riflettere sulla lingua, ma lo abbiamo fatto da un altro punto di 
vista. Nei primi anni '90 le nostre considerazioni prendevano le mosse dalla nostra lingua-madre (il 
friulano), cancellata dalla lingua "nazionale" imposta, cioè dalla lingua di stato: l'italiano. 
Qui un nostro scritto del 1993: http:llwww.ecologiasociale.orglpgldum_lingua_remanzacco.html 

Oggi, pur ritenendo quell'aspetto, (che allora configuravamo come "lingue tagliate", minorizzate, 
cancellate, attraverso un inesorabile processo di colonizzazione), molto importante ed ancora degno 
di analisi; tentiamo invece un altro approccio, di certo non esaustivo, che ha come perno la discrimi- 
nazione sessuale che è codificata nella lingua a danno soprattutto delle donne e che quindi si configura 
come prima violenza istituzionale, la più profonda e forse la più difficile da affrontare. Tenendo 
quello che sbrigativamente si usa definire "sessismo linguistico", come obiettivo di analisi, non ci 
soffermiamo sulle differenze fra lingua, logos, parola, glossa, idioma, dialetto, linguaggio ecc; usiamo 
questi termini in modo generico e sicuramente, delle volte, forse anche improprio, ne siamo coscienti, 
ci teniamo ancora ad un livello poco raffinato proprio perché quanto tentiamo di fare è una prima 
identificazione del contesto nel quale collocare quel fastidioso segno discriminante. Questo è un 
work in progress che raffineremo nel corso del tempo con la riflessione nostra e con i contributi di 
donne che già ci hanno lavorato, per mestiere o per passione e con tutte quelle che con noi vorranno 
rifletterci su. 

Intanto occorre tentare di definire, per quanto sia possibile che cos'è una lingua. Ci rimettiamo a 
Ferdiand De Saussure il quale dopo essersi posto la domanda: che cos'è la lingua? Risponde: "Per 
noi, essa non si confonde con il linguaggio; essa non ne è che una determinata parte, quantunque, è 
vero, essenziale. Essa è al tempo stesso un prodotto sociale della facoltà del linguaggio ed un insieme 
di convenzioni necessarie, adottate dal corpo sociale per consentire l'esercizio di questa facoltà negli 
individui (De Saussure Corso di linguistica generale, Bari Laterza 1979) E poi ancora: . . . ."la lingua 
è una convenzione ... la lingua è un'istituzione sociale ..." "La lingua esiste nella collettività sotto 
forma d'una somma di impronte depositate in ciascun cervello. . ." Perciò sintetizziamo brutalmente: 
la lingua è un'istituzione ed il cervello è la sua casa. E, potremmo dire, l'uno modifica l'altro e vi- 
ceversa. " Il cervello in generale è un sistema di super relazione. La complessità del sistema nervoso 
e la sua plasticità (cioè la possibilità indotta da un certo ambiente di modificarsi strutturalmente o 
apprendimento) indica una strategia evolutiva (unica rispetto agli altri "organi") a bassa specializza- 
zione con notevoli capacità di adattarsi e sopravvivere in diverse nicchie ecologiche" .... "la corteccia 
del cervello umano è la struttura a più alta plasticità nel mondo animale conosciuto" . . . [da Lingue 
cervello ed entropia - Frane Fari 1985 (*)] Luria così sintetizza: "La lingua (e il discorso che la uti- 
lizza) serve non soltanto come mezzo di comunicazione, ma permette anche di conservare e di tra- 
smettere l'esperienza delle generazioni. La lingua permette di astrarre i caratteri essenziali, di 



Sp 




V/5SD 










generalizzarli, formando un atteggiamento categoriale verso 
la realtà e determinando praticamente tutti gli aspetti dell'at- 
tività cosciente. Per l'influenza della lingua che serve come 
fondamentale secondo sistema di segnalazione, cambia radi- 
calmente la percezione, si formano nuovi tipi di memoria, si 
creano nuove forme di pensiero che assicurano i più com- 
plessi sistemi di feed.back. Il linguaggio, dapprima esteriore 
e poi interiore, diventa uno dei principali fondamenti della re- 
golazione del comportamento. . .(Lurija E. R. "Neuropsicologia 
e Neurolinguistica" Ediori Riuniti, 1974). Lepschy 
(http://w3 .uniromal .it/studieuropei/programmi/pro- 
grammi2011/lingua-e-sessismo_Lepschy.pdf) è sintetica- 
mente così conciso: "siamo noi ad essere parlati dalla nostra 
lingua, anziché essere noi a parlarla". Ma quella che ci è più 
illuminante è Judith Butler: con lei capiamo ancora di più che 
cos'è l'essere "costruite nel linguaggio", in una sintesi che 
evoca il linguaggio (la lingua, le parole) come disegnatore di 
soggetti sessuati. ... Si "esiste" non solo grazie al riconosci- 
mento che si ottiene, ma, in un senso che viene ancora prima 
di tutto ciò, nell'essere riconoscibili. I termini che facilitano 

il riconoscimento sono essi stessi convenzionali, sono gli effetti e gli strumenti di un rituale sociale 
che decidono, spesso attraverso l'esclusione e la violenza, le condizioni linguistiche dei soggetti che 
possono sopravvivere. Il linguaggio, se può sostenere il corpo, può anche minacciarne l'esistenza ... 
(**) Non è qui il luogo per riportare gli studi e le ricerche circa l'organizzazione neurale della com- 
prensione e della decodificazione di una lingua, dell'organizzazione degli emisferi destro e sinistro 
ecc., tutti argomenti appassionanti di quella infinita disputa che è il "cervello sessuato" o "neuroses- 
sismo" ecc. ma passiamo subito ad individuare almeno alcuni aspetti, quelli al momento "ufficial- 
mente" riconosciuti della codificazione della discriminazione sessuale che oggi possiamo chiamare 
sessismo nella lingua di stato. Prendiamo spunto dal citato lavoro di Lepschy. Intanto l'aspetto più 
evidente è l'uso del maschile universale, cioè parole che si riferiscono a maschi e che vengono usate 
come termini generali per denotare sia uomini che donne. Una forma maschile inclusiva che com- 
prendendo anche il femminile senza nominarlo, di fatto lo cancella dal discorso. L'aspetto discrimi- 
natorio evidente con la specifica di distinzioni circa lo stato civile che si usano per le donne (signora 

signorina), ma non per gli uomini. Perciò l'individuazione della donna, prima di qualsiasi altro di- 
scorso, se sia o meno suscettibile di approccio sessuale socialmente consentito. L'uso dell'articolo 
"la" davanti al nome (la Fornero, per rimanere in ambito istituzionale) che per gli uomini non si usa 
(mai sentito il Monti), se non dentro un discorso di analisi storico-culturale (il Pascoli). Un'ulteriore 
aspetto del maschile universale che non ha bisogno di essere definito perché socialmente riconosciuto. 

1 titoli professionali usati nella stessa forma maschile anche se praticati da donne. Questo è forse 
l'aspetto meno problematico, rispetto ad un genere grammaticale sempre accordato al maschile anche 
quando sono coinvolti entrambi i sessi. 

Allora, se la lingua è quel sistema di organizzazione del pensiero e del comportamento che abbiamo 
detto, ci possiamo chiedere, che effetto ha sulla plasticità del cervello in termini di architettura delle 
connessioni tra neuroni. Un recente articolo a firma Maria Carnuccio apparso su Neuroscienze.net 
(http://www .neuroscienze .net/?p=2480)esplicita bene questa relazione: Gli stimoli (input) ambientali 
che arrivano al cervello vengono distinti in positivi e negativi. Gli input positivi esterni potenziano 
la trasmissione di informazioni (attraverso una maggiore attività elettrica dei circuiti nervosi), rea- 
lizzando gli aspetti produttivi e di crescita della plasticità neuronale sopra descritte. Gli input negativi 
determinano, invece, depressione o inibizione dell'attività elettrica che si traduce in modificazioni 



"V* 



involutive della sostanza cerebrale. La lingua italiana che non riconosce la soggettività femminile, 
discrimina le donne determinando, a loro danno, situazioni di disparità e relazioni di subordinazione 
e realizzando comportamenti di prevaricazione e di dominio. Tali comportamenti si traducono, per 
il cervello delle donne, in input esterni negativi i quali deprimono l'attività elettrica dei circuiti ner- 
vosi, determinando modificazioni plastiche involutive della sostanza cerebrale Il fenomeno della 

plasticità acquista un'importanza ancora più rilevante nelle giovani menti dove la plasticità è elevata 
e l'esperienza agisce in modo determinante modificando attivamente la struttura e la funzione dei 
circuiti nervosi e quando l'architettura delle connessioni tra aree cerebrali e le mappe di proiezione 
alla corteccia cerebrale vengono stabilizzate (cosa che avviene ad un certo punto dello sviluppo) con 
definitive e permanenti trasformazioni neurobiologiche, il ruolo delle donne è definito, programmato 
nei circuiti nervosi del proprio (e altrui) cervello che le imprigiona nello stereotipo culturale che le 
vuole subalterne, meno capaci e spesso anche ridicolizzate La lingua italiana, annullando il fem- 
minile, compromette anche il processo di formazione dell'identità di genere delle donne, il processo 
di formazione del sé (che si sviluppa principalmente attraverso il riconoscimento da parte degli altri), 
pregiudica l 'autostima e inibisce lo sviluppo di una personalità autonoma. "Il cervello è più grande 
del cielo" scrisse Emily Dickinson e di sicuro ha saputo trovare le sue vie di fuga all'analisi così sof- 
focante e dal sapore biologicamente determinista di Cantuccio; cionostante, questo non significa che 
quanto osservato non sia vero. E qui dovremmo inserire quelle riflessioni di Henri Laborit che rite- 
niamo ancora utilissime, il quale ci indica il linguaggio come la veste e i drappeggi della gerarchia e 
del dominio depositati nelle strutture cerebrali più profonde, senza la cui conoscenza e comprensione 
è difficile trovare la propria via di fuga. . . (citiamo solamente, con la speranza di riprenderlo: H. La- 
borit "Elogio della fuga", Mondadori 1982) E cosa c'è di più profondo di quello che si deposita la- 
sciando la sua impronta nella "plasticità neuronale", con la lingua-madre? Ma qui la questione diventa 
più delicata e più complessa. Se restiamo al dato che la lingua in generale è l'espressione della società, 
della nicchia ecologica nella quale quella cultura è cresciuta e si è sviluppata; che dovremmo dire 
dei ritratti di donna nella nostra lingua storica, nel suo dato antropologico, nell'ontologia delle sue 
parole? Per esempio, se cerchiamo la "donna" in lingua friulana, non la troviamo, né troviamo la 
"moglie", troviamo solo la femmina: le fèmine. Ferme, inchiodate al puro dato biologico, bypassato 
lo stato civile, la "moglie" si coniuga con "le me femine", la mia donna, un attributo di proprietà. . . 
. Si inserisce qui, molto interessante a proposito delle lingue storiche, la ricerca che Ivan Cavicchi 
ha fatto a proposito dei canti contadini (non sappiamo quali, né da che lingua. . . ma il suo scritto pro- 
pone interessanti suggestioni) dove descrive i passaggi relativi alla definizione linguistica della donna. 
(http://zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_content&view=article&id=18065) 
Così dice Cavicchi: Studiando i canti contadini abbiamo compreso che la donna, un tempo, era con- 
siderata una specie quasi-umana costruita con un sistema di ideologie discriminanti, che definiscono 
specismo. Lo specismo è una forma di razzismo ontologico che fonda disuguaglianze, che non accetta 
il cos'è della donna ma che decide coercitivamente il "cosa deve essere" esaltando la superiorità del 
maschile. Per atti successivi e consequenziali di specificazione si costruisce il significato, in "logiche 
che usano il linguaggio per determinare la specie imponendo delle ontologie discriminanti". 
Quanto fino a qui riportato, [e meriterebbe certo ulteriore approfondimento ....], ci catapultiamo in 
una prima approssimazione del che fare? La questione del sessismo nella lingua non è certo nuova. 
Adriana Perrotta Rabissi, in un suo recente articolo (http://www.overleft.it/arch-con-marx/108-di- 
corpi-e-di- parole.html), ricorda in proposito gli studi di Alma Sabatini e Patrizia Violi della metà 
degli anni ottanta, quindi convegni, studi e raccomandazioni in proposito. Sicché oggi, descrivere il 
sessismo nella lingua o parlare di linguaggio sessista, non è certo cosa nuova; quello che resta sempre 
difficile è come uscirne. Se la lingua è quanto abbiamo accennato più sopra, è convenzione e istitu- 
zione, ma anche biologia ed evoluzione, ma anche ontologia ed identità. . . , davvero è sufficiente os- 
servare le raccomandazioni che prescrivono aggiustamenti grammaticali che rendano giustizia 
all'ignorato genere femminile? Oppure è questa una soluzione tipo "pari opportunità" , quella sorta 



V 



di "leggi speciali" per donne, dove il doverle concepire significa che si continua ad agire a valle e 
non a monte . . . Cose che effettivamente cambiano assai poco, modificano l'apparenza ma non la so- 
stanza. [Un'analogo della recente proposizione della revisione in chiave femminile della toponoma- 
stica, dalla quale le donne sono generalmente state escluse, salvo le sante e le madonne; anche la 
toponomastica è lo specchio della società che l'ha prodotta cioè del patriarcato; chiedere uno spazio 
di visibilità, che magari viene anche concesso, rimanendo poi peraltro sempre minorizzato, ha senso 
o ne ha di più sottolineare l'estraneità ad un ordine di nominazione e ripartizione del territorio riap- 
propriandosi collettivamente di quello...? Ma lasciamo in sospeso anche questo...] Quando, anni fa, 
avevamo iniziato a riflettere sulla lingua a partire dalla nostra madre-lingua, ci aveva pienamente 
convinte il testo di Nettle-Romaine "Voci del silenzio", (Daniel Nettle, Suzanne Romaine "Voci del 
silenzio- sulle tracce delle lingue in via di estinzione, Carocci, 2000) secondo cui le lingue sono una 
sorta di organismi viventi spesso soffocate dal colonialismo linguistico ovvero la sovrapposizione 
d'autorità di una lingua di stato. Poi qui torna Butler quando parlando di Toni Morrison suggerisce 
che il linguaggio vive o muore come può vivere o morire una cosa viva, e che la questione della so- 
pravvivenza è centrale per il problema del modo in cui il linguaggio viene usato. 
Il linguaggio rimane vivo quando rifiuta di incapsulare o catturare gli eventi e le vite che descrive. 
Ma quando cerca di rendere effettiva quella cattura, esso non solo perde la propria vitalità, ma ac- 
quisisce la propria forza violenta, quella che Morrison, in tutto il suo discorso associa alla violenza 
di stato e alla censura. Forse la sua riflessione è contestuale alle violente espressioni del razzismo, 
ma nondimeno interessante per porci la questione se vogliamo impegnare le nostre energie, i nostri 
sforzi nel rendere accettabile (a noi) un linguaggio, che ci ha già incapsulate come soggetto, atte- 
nuando e rendendo meno ripugnante la violenza intrinseca di una lingua per noi nata morta in quanto 
nemmeno espressione reale della sua nicchia ecologica ma costruzione artificiale della borghesia di 
stato che aveva bisogno della lingua unitaria per estendere il suo terreno di dominazione? 
Sì e No. Questo interesse verso lingua e sessimo ci è tornato qualche tempo fa quando alcuni com- 
pagni e compagne di area libertaria hanno organizzato qui in regione un'iniziativa sull'antispecismo 
dal titolo: "Essere liberi, esseri liberi". Antispecista ma non antisessista in quanto l'uso del maschile 
universale è palese. Abbiamo sottolineato il problema ma si è visto che proprio questi/e non avevano 
capito assolutamente i termini della questione, quindi questo ha riproposto un vero problema di (an- 
cora!) incosciente sessismo nel movimento. Mettiamo che dopo la nostra osservazione il titolo fosse 
stato cambiato in un più accettabile "Essere libere/i, esseri liberi", sarebbe cambiato anche l'approc- 
cio? Probabilmente No. Però l'abitudine a pensare a due soggetti ed a nominarli, sicuramente aiuta, 
aiuta ma non risolve e, a nostro avviso, non dovrebbe essere il nostro obiettivo principale. Seguire le 
raccomandazioni per una lingua italiana depurata dal sessismo è soltanto richiedere l'uso di un codice 
corretto che sia giustamente rappresentativo della realtà in cui i soggetti sono due e non uno solo. 
Punto. Far emergere il soggetto dalla lingua e nella lingua, farlo vivere nel linguaggio è altra cosa 
ma richiede un rimescolamento degli ingredienti e delle sensibilità. Qui abbiamo provato, senza pre- 
tese, a vagliarne alcuni che riteniamo di base; la ricetta si può implementare, correggere migliorare. 
Questo è solo un assaggio di quello che, ci rendiamo conto, è ancora un gran minestrone, ma chissà 
che alla fine, con un lavoro sinergico e collettivo non ne venga fuori una ricetta appetitosa. . . Piace- 
vole alla lingua. . . dopotutto i recettori del gusto sono lì e a noi non piace mangiare insipido. . . 
Dumbles - feminis furlanis libertaris http://dumbles.noblogs.org/ 
Mail: dumbles@inventati.org maggio 2012. 



(*) "Lingue cervello ed entropia - Le lingue come tensione e realizzazione di diversità" di Frane Fari (Franco Fabbro) è un opuscolo non pub- 
blicato, frutto delle discussioni con l'autore, neurofisiologo nostro amico di allora. Tempo e grafica permettendo, cercheremo di renderlo fruibile 
sulla rete. 

(**) Tutte le citazioni qui riportate sono tratte da: Judith Butler "Parole che provocano - per una politica del performativo" Raffaello Cortina 
editore 2010. 1 brani citati sono tratti dall'introduzione che si intitola La vulnerabilità linguistica. Le parole di Toni Morrison sono quelle che 
lei stessa ha pronunciato nel suo discorso di accettazione del premio nobel per la letteratura che le è stato assegnato nel 1993 per il romanzo 
"Amatissima". Il libro della Butler è stato tradotto e stampato in Italia nel 2010 ma si tratta di un lavoro del 1997. 



^r 



~ ►/DOMENICA 3 GIUGNO MATTINA * ^ 

AUTODIFESA E AUTORGANIZZAZIONE 



AUTONOMIA E AUTORGANIZZAZIONE 



Elena Capuano 



L'autonomia è un modo di lettura della società capitalista/patriarcale, dei suoi protagonisti, del 
modo di distribuzione dei suoi poteri, della dinamica del suo sviluppo, che prevede la presa in carico 
direttamente da parte nostra dei nostri desideri e la consapevolezza della possibilità di realizzarli. 
Pertanto, è una teoria di liberazione. E', quindi, il rifiuto della delega, non solo perchè la delega dà 
ad altri soggetti, al di fuori di noi, l'autorizzazione a lottare, chiedere, decidere al nostro posto, ma, 
soprattutto, perchè questi soggetti, non essendo noi, portano avanti, per noi, esigenze che, nella mi- 
gliore delle ipotesi, credono nostre, nella peggiore e più comune, sono invece loro. La capacità di 
produrre autonomia, per esempio, la classe operaia l'ha espressa compiutamente negli anni '70, 
quando, in contrasto con le lotte sindacali che contrattavano più o meno orario, più o meno salario, 
più o meno lavoro, gli operai hanno preso in carico, appunto in autonomia, quello che era il sentire 
loro proprio e cioè lo sganciamento del lavoro dal rendimento e "il rifiuto del lavoro salariato". 
Non è possibile dunque delegare alle organizzazioni sindacali, ai partiti, a soggetti esterni la nostra 
liberazione, dato che solamente chi vive concretamente lo sfruttamento può incidere profondamente 
nelle lotte, e la collaborazione con le Istituzioni e le loro protesi compresi i partiti e i sindacati è con- 
troproducente e dannosa poiché così non si fa che riprodurre un modello sociale in cui c'è chi è pre- 
disposto a decidere e chi a subirne le conseguenze (con relativa definizione delle competenze e dei 
ruoli). Per questo solamente la realizzazione di un'organizzazione autonoma dei soggetti sociali sfrut- 
tati può modificare il senso stesso delle relazioni umane e far si che non si riproducano forme di ge- 
rarchia e dominio. Questa prospettiva di liberazione ci lega inevitabilmente a tutti e tutte coloro che 
lottano contro la società capitalistica poiché una reale liberazione non può esistere in una società che 
si fonda sullo sfruttamento di una classe sull'altra. La nostra lotta deve necessariamente essere sot- 
trazione al comando sul lavoro, nell'oppressione di genere, nelle gerarchie sociali, in un rifiuto netto 
del principio gerarchico in cui è incardinata questa società. L'autonomia è un tessuto di comunicazioni 
e organizzazioni, ricco di lotte, informazioni, conoscenze e saperi che si oppone alla società capitalista 
e patriarcale e della quale è alternativa. L'autonomia, permette la nostra crescita e il nostro arricchi- 
mento affrancate dal dominio del plusvalore, è sintesi sociale diversa e contrapposta a quella della 
società neoliberista patriarcale, alla società seriale che si realizza nell'universo dei ruoli. E' afferma- 
zione di una diversità irriducibile. E' capacità di esprimere rottura e identità politica, di scardinare il 
controllo sociale che si manifesta nel dominio culturale e sociale prima ancora che in quello militare 
e repressivo. E' la riappropriazione di un tempo liberato dal lavoro salariato, dal lavoro di cura, dai 
ruoli, ed è coscienza e tessuto di comunicazione e organizzazione sociale. E' la non partecipazione 
alle cicliche ristrutturazioni capitalistiche e patriarcali e la capacità di allargare i propri spazi. L'au- 
torganizzazione è la ricerca e la messa in atto, all'interno di un insieme oppresso, di strumenti per 
poter realizzare i desideri espressi dall'autonomia. Autonomia e autorganizzazione sono due entità 
che si rapportano dialetticamente, non c'è un prima e un dopo. L' autorganizzazione è quindi il rico- 
noscimento che i settori subordinati in un'organizzazione sociale di oppressione e sfruttamento, sono 
in grado di produrre al proprio interno gli strumenti necessari per liberarsi. Ci sono degli elementi di 
base che definiscono l' autorganizzazione in un'ottica femminista, ossia che sono in grado di produrre 



Sp 



all'interno dell'insieme di genere, oppresso dalla società patriarcale/capitalista, strumenti necessari 
al percorso di liberazione: 

- l'orizzontalità dei processi decisionali che non ha nulla a che fare con la "teoria del consenso", con 
le "decisioni a maggioranza" e con la così detta "democrazia dal basso" che fa sempre riferimento, 
comunque, ad un'autorità superiore, ad esempio lo Stato, a cui rimettere le decisioni prese. 

- il lavoro politico per la presa di coscienza di genere che è costituito dal rapportarsi con le "donne" 
che costituiscono l'insieme oppresso e dall'analisi delle contraddizioni e delle oppressioni, in un rap- 
porto dialettico tra teoria e pratica. 

- la messa in comune delle esperienze e delle sperimentazioni così che la condivisione crei realmente 
una crescita collettiva facendo fronte alla sproporzione che nella società capitalistica c'è tra chi può 
accedere ad un'istruzione qualificata e alla cultura e chi non ha le possibilità materiali per sperimen- 
tare e conoscere. 

- l'anti-istituzionalità perché un reale percorso di liberazione è alternativo e incompatibile con le 
strategie e le finalità che hanno le componenti istituzionali. Queste (partiti, partitini, sindacati, asso- 
ciazioni ecc..) mirano o a incentivare lo sfruttamento o tutto al più a migliorare le sproporzioni esi- 
stenti tra le classi, i generi, le etnie mentre il nostro obiettivo è l'eliminazione delle classi, dei generi 
ecc ... 

E' evidente quindi che non esistono scorciatoie o compromessi sulle prospettive che dobbiamo darci 
come femministe e che deve essere sempre chiara la necessità dell'uscita dalla società patriarcale e 
capitalista quale obiettivo e continuo riferimento delle nostre lotte. 



ESPERIENZA E PROGETTO DELLA CONSULTORIA AUTOGESTITA 



Consultoria Autogestita - Milano 



La consultoria autogestita è l'espressione di una messa in comune, di una condivisione di necessità 
e bisogni, e una ricerca collettiva di soluzione. 

L'attività della consultoria, dalla sua nascita, ha avuto diverse fasi. L'idea è nata tra la fine degli 
anni '80 e l'inizio dei '90 da un gruppo di donne che provenivano da collettivi misti e che avevano 
dato origine ad un gruppo separato. L'argomento sul quale si discuteva di più era quello della salute. 
Nei primi anni '90 a Milano non mancavano le strutture: c'erano consultori con équipes numerose 
ed efficienti, c'era totale disponibilità a prescrivere la pillola e praticare aborti, c'erano comitati di 
utenti all'interno dei consultori. Il problema più sentito era quindi non una carenza di servizi, ma il 
fatto che le risposte che venivano fornite non erano adeguate alle nostre esigenze. 
Da qui nacque un percorso molto interessante dapprima di ricerca, riflessione e sperimentazione e 
poi di messa in pratica per rendere usufruibile anche da altre donne le conoscenze che avevamo ma- 
turato. Mappatura dei servizi, ricerca e studio in proprio sugli anticoncezionali, discussione critica 
sull'aborto e sulla RU486; in tutto questo percorso non c'erano punti di riferimento né "passaggi di 
testimone" da poter utilizzare . L'unico riferimento è stato il consultorio autogestito AED di Bergamo. 
Nel 1995 dalla discussione si è passate alla pratica con l'apertura vera e propria della consultoria 
come spazio dedicato all'interno dell'ambulatorio medico popolare; un'esperienza che è durata fino 
al 2001 . Il gruppo ha continuato ad essere coeso finché c'è stata attività di ricerca e di autoformazione, 
mentre nel momento in cui sulla discussione ha prevalso l'attività "di sportello" probabilmente sono 
venute meno anche le motivazioni che facevano vivere quest'esperienza. 
Lo sportello è stato chiuso, ma le persone rimaste, che portavano avanti attività nell'ambulatorio me- 



^r 



dico popolare, sono rimaste attive come riferimento per tutto quello che riguarda la salute delle donne 
a Milano. 

Nel 2006 si è formato il collettivo Maistatezitte, e fra le varie attività messe in cantiere è partita la 
campagna 'obiettiamo gli obiettori', contro l'obiezione di coscienza dei medici sull'ivg. 
E' in questo contesto, nel quale ci stavamo concentrando molto sull'attività di monitoraggio dei con- 
sultori e degli ospedali milanesi rispetto all'ivg, che è rinata l'esigenza di una consultoria autogestita. 
La situazione in cui ci siamo trovate alla riapertura della consultoria era molto cambiata rispetto a 
dieci anni prima: servizi sempre più scarsi e inadeguati, e soprattutto soglie troppo alte di accessibilità 
in particolare per le donne migranti, che sempre più spesso ricorrono all'uso di farmaci come il cy- 
totec come metodo abortivo. Una situazione che ci ha convinte, una volta di più, della necessità di 
aprire uno spazio facilmente accessibile riservato alla salute di tutte le donne. 
La consultoria non ha però voluto essere semplicemente una "toppa" alla carenza di servizi. Oltre 
allo sportello dove trovare informazioni e indirizzamento su ospedali e consultori, dove poter avere 
un consulto o effettuare una visita ginecologica, rimane centrale l'attività di "pungolamento" delle 
istituzioni rispetto ai temi della salute delle donne: dall'impoverimento dei consultori alla presenza 
del movimento per la vita negli ospedali . 

Non solo, la consultoria è anche un luogo d'incontro, di stimolo, di circolazione e scambio di idee 
ed esperienze diverse. Negli ultimi anni abbiamo organizzato incontri molto stimolanti e fruttuosi su 
diversi temi: le politiche sanitarie regionali, ed in particolare sui consultori e sui servizi di prevenzione 
delle malattie sessualmente trasmissibili, nel confronto tra realtà come quella piemontese e quella 
lombarda; il papilloma virus e la campagna di vaccinazione di massa promossa dalla regione Lom- 
bardia; la medicalizzazione sempre più ad ampio raggio del corpo delle donne; ma anche la presenza 
delle donne all'interno delle lotte politiche e sociali. 

L'aspetto forse più interessante ed arricchente per noi è stato lo scambio di esperienze e progetti tra 
gruppi di donne anche piuttosto diversi tra loro: dalle lavoratrici di ospedali e consultori alle espe- 
rienze di autogestione come quelle dell'AED di Bergamo passando per i collettivi femministi in lotta 
contro la presenza del movimento per la vita negli ospedali, le donne della Valsusa e le esperienze 
nei territori palestinesi. 

Tra Genova, Torino, Milano ed altre città, ci è sembrato importante e prezioso coltivare le relazioni 
tra gruppi di donne, provando a costituire delle reti solidali, in grado di confrontarsi periodicamente 
sul monitoraggio del territorio, di scambiarsi progetti ed esperienze, di creare complicità e solidarietà 
attiva nelle campagne e nelle lotte che portiamo avanti. 

Uno dei frutti di questo percorso è la recente costituzione del gruppo Re-fe, che significa proprio re- 
lazioni femministe, formato da singole e collettivi genovesi, torinesi e lombardi, all'interno del quale 
stiamo sperimentando pratiche e ragionamenti collettivi che affrontano, da nuove prospettive, i temi 
della violenza di genere, del corpo e della sessualità, del conflitto, dell'immaginario. Crediamo che 
in questo momento sia fondamentale costruire percorsi che tendano, attraverso pratiche di confronto 
e consapevolezza, al rafforzamento delle nostre potenzialità di donne. 

E in quest'ottica che ci stiamo anche interrogando sui rischi di una delega sempre più acritica del 
nostro corpo e della nostra salute ai cosiddetti "esperti" e "specialisti". 

Una questione che riguarda molto il percorso della consultoria autogestita è quella della consapevo- 
lezza di sé e del proprio corpo, strettamente collegata alla non-delega ad altri del proprio benessere, 
della propria salute, della propria cura. 

La non-delega viene spesso intesa solo in relazione al paradigma biomedico occidentale. In realtà, 
possiamo allargare la questione a qualsiasi medicina con cui entriamo in contatto, poiché il punto 
centrale della non-delega è quello dell'assunzione di un atteggiamento critico (che non significa ri- 
fiuto a prescindere) verso chiunque pretenda di essere unico "esperto", sia esso medico, sciamano, 
naturopata o altro ancora. In breve, al di là di come decidiamo di curarci, è necessario ripristinare e 



Sp 



mettere al centro una forte consapevolezza di ciò che ci fa stare bene. Una consapevolezza che viene, 
noi crediamo, soprattutto dal confronto con le altre donne e con le loro consapevolezze, con i loro 
vissuti e le loro idee di corpo e di sé. Una consapevolezza che non si ferma al ragionamento sul 
corpo, ma che può spingersi a valutare quali siano i costi sociali, animali ed ambientali dei sistemi 
medici con cui abbiamo a che fare, quale sia la "sostenibilità" della nostra salute. 
Inoltre, crediamo che questo possa essere un punto di partenza valido e prontamente critico rispetto 
all'entusiasmo che molte donne stanno dimostrando nei confronti della cosiddetta "medicina di ge- 
nere". La medicina di genere pone, secondo le parole di chi la sponsorizza, una nuova attenzione al 
genere all'interno del paradigma biomedico, poiché l'appartenenza di genere (attenzione, i generi 
sono riportati a due: uomo e donna) determina sintomi, progressione e decorso delle patologie so- 
stanzialmente diversi. 

Questo riconoscimento può anche essere tendenzialmente corretto da un punto di vista strettamente 
biologico, se pensiamo che la biomedicina è stata basata sul corpo dell'uomo (eccetto per quelle ma- 
lattie considerate specificamente femminili). Ma ci pone di fronte a nuovi interrogativi: di quali 
generi stiamo parlando? Il mancato riconoscimento di determinate sintomatologie è riconducibile 
solo alla mancanza di strumenti sul corpo delle donne o c'è un problema di mancanza di ascolto di 
quello che le donne sentono? Ripensare un paradigma medico sul corpo delle donne: laddove non 
siamo noi stesse a farlo, quali vantaggi (e per chi) e quali nuove forme di controllo comporterà? 



UN PASSO AVANTI: DALLA PARTE DELLE DONNE CHE 
REAGISCONO ALLA VIOLENZA 



Nicoletta Poidimani/Noinonsiamocomplici 



Care compagne, mi spiace molto non poter partecipare all'incontro che avete indetto, ma pur- 
troppo avevo già preso degli impegni in precedenza . Accolgo con piacere la proposta di inviarvi un 
contributo, così come ho accolto con un sospiro di sollievo la notizia di un incontro separato di com- 
pagne sul nodo della violenza. Nell'ultimo perìodo, infatti, pareva diventato d'obbligo coinvolgere 
anche gli uomini e/o le donne di destra, come se il separatismo delle compagne non avesse una sua 
storia forte, importante e più che sufficiente per affrontare il nodo della violenza femminicida e pro- 
vare ad individuare insieme nuove pratiche . Il contributo che vi invio è la rielaborazione di un mio 
intervento scritto per un convegno sulla violenza, cui aggiungo una proposta. Spero possa arricchire 
la discussione. Un abbraccio a tutte. 

Sono una femminista separatista e, come tale, ritengo fondamentale dare valore alle strategie che le 
donne hanno elaborato insieme, negli anni, per affrontare, in totale autonomia, una questione che ci 
riguarda tutte, in prima persona. E ritengo, al contempo, necessario rompere una volta per tutte con 
due mistificazioni che fanno il gioco dei nostri nemici: i discorsi perbenisti sulla non violenza- dietro 
cui si cela la criminalizzazione della rabbia - e i meccanismi di delega istituzionale. Ancora c'è, in- 
fatti, chi insiste sulla necessità di denunciare penalmente la violenza patriarcale contro le donne, il- 
ludendosi che la delega ai tribunali dello Stato possa essere uno strumento efficace contro questo 
tipo di violenza. Negli anni più recenti, il prevalere dell'ideologia securitaria ha alimentato un pro- 
liferare di discorsi ed approcci riduzionisti sul tema della violenza. In questo clima culturale, non si 
nomina più il fatto che la violenza sia monopolio dello Stato e dei suoi apparati e, d'altra parte, ogni 
forma di ribellione antiautoritaria viene bollata col marchio della violenza. Dalla sua nascita, lo ripeto, 
lo Stato moderno detiene il monopolio legale della violenza. Questo monopolio ha come corollari la 
stigmatizzazione e la criminalizzazione della rabbia. La stigmatizzazione della rabbia ha una funzione 
preventiva, di controllo; la criminalizzazione ha, invece, funzione repressiva. 



"V 



Oggi, per mantenere contemporaneamente il controllo sulla popolazione e il monopolio della violenza 
- mascherato dietro termini persuasivi quali "ordine" o "sicurezza" - gli apparati statali neoliberisti 
inducono le popolazioni a sentirsi potenziali vittime e a delegare, di conseguenza, la propria incolu- 
mità ad un'entità superiore che stabilisca anche che cosa è bene per loro. Lo Stato diventa, così, 
molto prossimo ad uno Stato etico, cioè arbitro assoluto del bene e del male. 

Il monopolio dell'etica è, dunque, il presupposto necessario del monopolio della violenza. Nemmeno 
la peggior tirannia o la più sanguinaria dittatura hanno mai rinunciato a giustificare questi monopoli 
in nome di un valore più alto, fosse esso l'ordine divino o il bene comune. 

Una delle strategie per far digerire questo duplice monopolio statale è di alimentare la paura in modo 
da indurre nella popolazione un bisogno di sicurezza della quale lo Stato si fa garante - l'unico ga- 
rante! - come sta accadendo da oltre un decennio in Italia. Si tratta di una strategia di tipo paternali- 
stico: ti nego la libertà per il bene tuo e dell'intera comunità. Là dove non funziona questa 
persuasione, lo Stato si impone con metodi apertamente autoritari, come si è visto con la gestione 
securitaria dell'emergenza all'Aquila dopo il terremoto del 2009. In nome della "sicurezza", la mi- 
litarizzazione del territorio aquilano è andata di pari passo con l'infantilizzazione delle popolazioni 
colpite dal sisma e il divieto di qualunque forma di autorganizzazione . 

Allo stesso modo, le leggi che ci infantilizzano e vittimizzano, in quanto donne, in nome della nostra 
"sicurezza" sono il prodotto di una cultura sessista e, a loro volta, la alimentano. Considerare le donne 
come "deboli" e dunque bisognose di protezione, di qualcuno che ne tuteli la "sicurezza", oltre ad 
essere un dispositivo ideologico che ci infantilizza non dà forza alle donne ma a chi incarna questa 
protezione. Le donne vengono indebolite da questa rappresentazione, soprattutto nel momento in cui 
la interiorizzano. Non dimentichiamoci, poi, che l'uso ideologico delle categorie di violenza e non 
violenza è funzionale al rafforzamento di questo dispositivo. 

La non violenza, infatti, viene riduzionisticamente fatta coincidere con l'obbedienza alle leggi - il 
mantra della "legalità", tanto ricorrente! Tante femministe "per bene" ancora cadono in questa trap- 
pola. . . Ma noi sappiamo che la radicalità delle lotte contro le nocività in Italia (Tav, centrali nucleari, 
termovalorizzatori, ecc.), poiché si tratta di lotte contro qualcosa di estremamente dannoso per la sa- 
lute della collettività, non ne oscura ma, anzi, ne accentua la valenza etica. 

Come si possono definire violente lotte come quella in Valsusa o quella dei contadini indiani del Ka- 
nataka che, nel 1998, estirparono e incendiarono le coltivazioni transgeniche imposte con l'inganno 
nelle loro terre, cantando "Cremate Monsanto" e "Stop genetic engineering"? 
In tutti questi casi, vi è un abisso tra la percezione soggettiva e la rappresentazione dominante della 
violenza. Per gli Stati e le loro leggi si tratta senza dubbio di azioni violente, passibili di condanna 
penale, ma per le autrici e gli autori di questi gesti si tratta, invece, di autodifesa. Le donne che si au- 
torganizzano - da sole o con altre - contro la violenza maschile, senza delegare la propria difesa allo 
Stato e alle sue leggi, stanno autodeterminando la propria sicurezza. Così come le popolazioni della 
Valsusa in lotta e i contadini del Karnataka che, "cremando" le coltivazioni ogm, hanno difeso se 
stessi dalla dipendenza forzata dalle multinazionali dei semi e, contemporaneamente, le biodiversità 
delle proprie terre . 

In tutti questi casi si tratta, a mio parere, di autodifesa e di autodeterminazione. 
L'apparato giuridico, si sa, non è neutro, ma espressione della classe dominante, del genere dominante 
e del gruppo etnico dominante e, in quanto tale, ne tutela il potere, gli interessi e i profitti. E' allora 
chiaro che autodeterminazione e autodifesa sono incompatibili tanto con l'apparato giuridico quanto 
con i processi di delega istituzionale, essendo le istituzioni espressione del dominio capitalistico e 
patriarcale. 

Questo nodo si complessifica se all'elemento autodifesa aggiungiamo la rabbia: tanto la rabbia reat- 
tiva delle donne di fronte a soprusi e violenze, quanto la rabbia di chi non intende sacrificare il proprio 
rapporto con la terra e la vita agli interessi e ai profitti del capitale e delle sue multinazionali. 
La rabbia è, dunque, una reazione opposta alla vittimizzazione di sé. Potremmo dire che è una rea- 



V 



zione post-vittimista. Essa, infatti, rompe la logica implosiva e passivizzante del percepirsi come vit- 
tima e, come ci insegna Vandana Shiva, articola le categorie di sfida elaborate dai soggetti vittimizzati 

- le donne in primo luogo. 

Questo rovesciamento di prospettiva non solo porta ad una riappropriazione dell'etica, ma mostra 
anche come la rabbia espressa dai movimenti sociali, così come dalle donne e dai/dalle migranti 
possa rappresentare una risorsa contro lo Stato-Leviatano, in quanto spinta alla trasformazione, oltre 
che all'autodeterminazione, in direzione di collettività aperte, in divenire e antiautoritarie. Sarebbe, 
quindi, ora che certe femministe "per bene" la finissero di blaterare di nonviolenza e cominciassero, 
invece, ad interrogarsi seriamente su quanto il loro posizionamento si riveli essere, in fondo, complice 
dell'autoritarismo e del monopolio statale e patriarcale della violenza e dell'etica. 
Faccio riferimento alla mia esperienza personale per avvicinarmi al cuore della questione. Anni fa 
sono stata chiamata da un amico, insegnante in una scuola superiore, per intervenire sul caso di una 
classe in cui le ragazze a turno erano letteralmente vessate da un compagno, con gravi disagi familiari, 
particolarmente aggressivo e molesto nei loro confronti. Sono stati sufficienti due incontri perché 
queste ragazze elaborassero degli strumenti per risolvere la questione. Dapprima abbiamo ragionato 
molto sull'idea di libertà e di privazione della libertà che ciascuna di loro aveva, evitando di focaliz- 
zarci sul singolo caso del compagno molesto ma ampliando l'analisi alla famiglia, alla scuola, alla 
cerchia di amici e amiche e, soprattutto, alla loro libertà di movimento. Nell'intervallo tra i due in- 
contri le ragazze hanno poi preparato dei disegni in cui rappresentavano se stesse libere. Li abbiamo 
commentati tutte insieme, cercando di cogliere quali strumenti ciascuna di loro avesse utilizzato per 
rappresentare la propria libertà - ad esempio, le ali - e come si potessero tradurre in strumenti quo- 
tidiani a loro disposizione. Si è poi ragionato su cosa sia concretamente la costruzione sociale della 
debolezza - dunque della non-libertà - femminile, come ad esempio un certo uso della voce o una 
certa postura, e su cosa, per contro, veicoli l'idea di forza delle donne. Per concludere ho fatto una 
dimostrazione di alcune facili tecniche di autodifesa per liberarsi dalle prese, invitando tutte a provarle 
insieme per poi riflettere sulla loro efficacia, anche psicologica. 

L'esito di questo percorso è stato che le ragazze hanno creato fra di loro un legame solidale che prima 
non esisteva e che le ha portate a reagire collettivamente nel momento in cui il compagno ha di nuovo 
provato ad assumere un atteggiamento di sopraffazione. Da quel momento non si sono più manifestati 
episodi simili e lo stesso studente ha completamente cambiato il proprio atteggiamento in classe. 
Senza entrare ulteriormente nei particolari di questo intervento, vorrei però rilevare alcuni aspetti. 
Un caso come questo viene, generalmente, etichettato come "bullismo", termine assai vago e generico 
che porta ad agire - spesso con autoritarismo e repressione - sull'individuo accusato di essere "il 
bullo", anziché sull'intero contesto in cui si manifestano i suoi comportamenti. La mia scelta è stata, 
invece, quella di sollecitare, attraverso l'idea di libertà, queste giovani donne a valorizzare se stesse 
e le proprie compagne, a rompere con la percezione indotta della propria debolezza - che è l'altra 
faccia della forza del "bullo" - e, soprattutto, a non delegare all'istituzione scolastica né ad altri/e 
adulti/e la risoluzione del loro problema, scegliendo, invece, di cercare insieme gli strumenti per af- 
frontarlo e gestirlo collettivamente tra pari . 

Il mio intervento partiva dall'assunto che la sicurezza delle donne stia in un cambiamento culturale 
che rompa con il paternalismo e alimenti la solidarietà e l'autonomia femminili, ne valorizzi le ca- 
pacità creative e reattive. Un cambiamento che non può che partire dalle donne stesse. Si era dovuto, 
però, presentare alla scuola questo mio intervento come un breve ciclo di incontri sul genere, ma- 
scherandone il reale obbiettivo. Con l'amico insegnante eravamo infatti consapevoli che, se fossero 
state rese note le ragioni reali della mia presenza in aula, io non sarei stata accettata dall'istituzione 

- che avrebbe sicuramente preferito rivolgersi ad assistenti sociali o psicologi - e lo studente "bullo" 
sarebbe diventato un "caso" da affrontare in maniera disciplinare, tanto più in quanto immigrato, 
acuendo la sua condizione di disagio. Quando per affrontare questo genere di situazioni la scuola 
prende provvedimenti autoritari, nella gran parte dei casi ottiene l'effetto opposto. Da una parte in- 



•^ 



cancrenisce la situazione, esasperandola, e al contempo non alimenta in alcun modo il senso di au- 
tonomia e autodeterminazione delle/degli studenti nell 'affrontare le difficoltà quotidiane. 
Fatte queste premesse, vengo finalmente al cuore della questione, per poi arrivare ad una proposta. 
Come possiamo definire la reazione di una donna alla violenza domestica o sessuale, o ad entrambe 
da parte di un familiare, un conoscente, il datore di lavoro o uno sconosciuto? In sostanza, è violenza 
il gesto di ribellione di una donna di fronte all'ennesimo tentativo di sopraffazione maschile? In Italia 
ne siamo ancora lontane, come dimostrano i dati sulle violenze contro le donne e i femminicidi, ormai 
di pubblico dominio anche in sede Onu. La casa e la famiglia sono il luogo meno sicuro ma, ciono- 
nostante, rimane dominante la falsa convinzione che il pericolo per le donne sia al di fuori delle mura 
domestiche e, soprattutto, al di fuori del contesto "etnico" di appartenenza. Tale menzogna è funzio- 
nale tanto al controllo delle "proprie" donne da parte della famiglia e dell'etnia di origine, quanto 
alla criminalizzazione dell'altro, lo straniero. E significativo che la violenza contro le donne venga 
rappresentata come "tipica" di altre culture, mentre quando un uomo italiano uccide una donna i 
giornali parlano immancabilmente di "raptus". Inoltre, quando una donna uccide il marito che la 
massacra da anni non le viene fornita alcuna giustificazione . Anzi: la si punisce per non aver delegato 
allo Stato la propria difesa e la si condanna come assassina. Collocare "altrove" le culture femmini- 
cide serve solo a rafforzare il suprematismo e il razzismo e, al contempo, ad occultare il denominatore 
comune delle repubbliche occidentali e di quelle islamiche: il dominio maschile. Non è superfluo ri- 
cordare che, in Italia, fino al 1981 vigeva il delitto d'onore quale attenuante in caso di omicidio di 
una familiare e che fino al 1996 la violenza sessuale non era considerata un delitto contro la persona 
ma "contro la moralità pubblica e il buon costume". Nonostante il cambiamento sul piano legislativo, 
ancora oggi i processi per stupro diventano spesso processi contro chi la violenza l'ha subita più che 
contro chi l'ha agita. Quasi come se si trattasse di una punizione per non essere stata alle regole del 
gioco di una società che, sotto sotto, ancora vorrebbe le donne "tutte casa e famiglia". Questa realtà 
diventa particolarmente lampante quando lo stupratore è un uomo in divisa, quindi un uomo dello 
Stato - sia esso militare, poliziotto, guardia carceraria, ecc. 

Rammento due casi in quanto particolarmente emblematici. Nel 2006 un militare statunitense che si 
trovava presso la base Ederle a Vicenza di ritorno dall'Iraq violentò una donna nigeriana, lasciandola 
poi ammanettata e nuda sul ciglio della strada. In sede processuale gli vennero riconosciute, quali 
attenuanti, lo stress psicologico prolungato e la ridotta importanza data alla vita umana conseguenti 
all'anno trascorso sul fronte di guerra. In sostanza, la guerra stessa è diventata un'attenuante. Non 
ho bisogno di stare a ricordare, invece, il caso di Joy. Basti dire che quel processo si è concluso con 
l'assoluzione piena dell'ispettore capo di polizia accusato di violenza sessuale. Conosciamo tutte la 
storia, ma vorrei richiamare rapidamente le motivazioni della sentenza, esemplari in quanto specchio 
dell'intersezione istituzionale di sessismo e razzismo. Per motivare l'assoluzione dell'ispettore di 
polizia, infatti, ai togati è bastato dare più credibilità alle parole dell'accusato e confermare, in so- 
stanza, che l'attendibilità dei testimoni si fonda su un dispositivo gerarchico di genere, razza e classe. 
Nelle motivazioni Joy è stata ritenuta "soggettivamente inattendibile" proprio in quanto immigrata, 
nera e partecipe della rivolta nel lager di via Corelli a Milano. Come ulteriore prova della sua inat- 
tendibilità venne perfino citato un altro ispettore capo del Cie - per altro condannato alcuni mesi 
prima a sette anni di reclusione per violenza sessuale, concussione e favoreggiamento dell'immigra- 
zione clandestina. In una annotazione di servizio costui aveva segnalato come, durante le proteste 
nella sezione femminile del Centro di identificazione, proprio le nigeriane, e in particolare Joy, aves- 
sero avuto un ruolo attivo. Eppure non c'è nulla di più coerente di una donna che si ribella alla vio- 
lenza maschile così come alla violenza della detenzione in un lager, cioè alla violenza - razzista - 
dello Stato. E' significativo, invece, che recentemente anche il secondo ispettore sia stato assolto in 
Cassazione in base a motivazioni molto simili e cioè l'interesse che avrebbero le persone rinchiuse 
in un Cie nell'impedire in tutti i modi la propria espulsione. 
L'esito di questo processo rende evidenti le connivenze tra apparati istituzionali nel coprire le violenze 



Sp 



che avvengono in tali universi concentrazionari, soprattutto quando a compierle sono uomini col 
mandato di "tutelare la sicurezza". Inoltre delegittima e criminalizza la rabbia di chi vi è rinchiusa/o 
per mesi perché sprovvista/o di un permesso di soggiorno, e conferma le gerarchie razziali e di genere. 
Ma c'è dell'altro. Non si può, infatti, ignorare la strumentalizzazione della violenza contro le donne, 
che anche in questo caso ha trovato conferma. Basti pensare che il prolungamento della detenzione 
nel Cie da due a sei mesi era una delle norme inserite nel "pacchetto sicurezza" che nel 2007 gli ap- 
parati statali avevano cercato di promulgare in seguito allo stupro e all'omicidio di Giovanna Reggiani 
per mano di un cittadino straniero. Significativamente, nessuna di quelle norme contemplava la di- 
minuzione delle pene per le donne che reagiscono con forza a un tentativo di violenza sessuale, sia 
esso ad opera di un familiare/conoscente - che è il caso più frequente - o di uno sconosciuto. Quando 
poi, quasi due anni più tardi, nell'agosto 2009, è entrato in vigore questo prolungamento della de- 
tenzione nei Cie e si sono moltiplicate le rivolte, l'averne preso parte ha reso inattendibile, agli occhi 
dei giudici, una donna che aveva denunciato una violenza sessuale. Di fronte a tutto questo risultano 
ancora più ipocrite e menzognere le parole di Francesca Koch - presidente della Casa internazionale 
delle donne di Roma - che, commentando in un video: (http://www.youtube.com/watch?v=Q4wrNy9goGo) 
il Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e tratte- 
nimento per migranti in Italia della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti 
umani del Senato, è arrivata a parlare di "una felice congiuntura tra la mobilitazione delle giovani 
dei movimenti e la presa in carico delle istituzioni, per cui si è arrivati alla condanna del poliziotto" 
(testuale!!!). Non solo si tratta di una falsificazione gravissima, ma chi, come noi, ha partecipato 
davvero a questa lotta, sa perfettamente quanto le donne istituzionali abbiano volutamente ignorato 
questa vicenda (al punto, come dimostra Koch, di non sapere nemmeno come sia andata a finite. . .) 
e quanto, d'altra parte, le istituzioni si siano mobilitate esclusivamente in senso repressivo contro 
chi l'ha sostenuta. 

Detto ciò, credo che come compagne sia importante cominciare a prendere una posizione netta e 
pubblica al fianco delle donne che reagiscono alla violenza maschile, anche quando arrivano ad am- 
mazzare perché non ne possono più. Tutte le donne che hanno reagito si sono, finora, ritrovate incar- 
cerate e isolate. Penso che, di fronte ad una donna che reagisce con forza contro il suo persecutore, 
la prima cosa da fare sia cercare di metterci in contatto con lei (ovviamente con la dovuta delicatezza, 
senza invadenza alcuna), offrirle tutto il nostro sostegno, presenziare alle udienze che la vedono come 
imputata, ecc. Ma, tutto questo ha poco senso se, al contempo, non cominciamo ad urlare con tutta 
la voce che abbiamo, che tutte le donne hanno diritto di reagire quando si tratta della propria vita e 
della propria incolumità, che non esiste un "eccesso" di difesa quando si tratta di autodifesa, che 
condannare come violente ed omicide queste donne è uno degli strumenti dello Stato patriarcale per 
tenerci tutte buone, obbedienti e sottomesse. Credo che oggi si debba partire da qui per fare un passo 
avanti nella lotta contro la violenza sulle donne . 



•^b 



DATEMI UNA LEVA ... E VE LA SPACCHERÒ' IN TESTA. 
FORME DI LOTTA PER L'ALTERNATIVA DELLE SOCIETÀ' MATRIARCALI 



Armonie - Bologna 



"Datemi una leva ". Benché questa frase continui a risuonarmi nella testa, non mi ricordo as- 
solutamente chi l'ha presumibilmente pronunciata. Direi a occhio e croce un uomo di scienza del- 
l'antica Grecia. Credo che il processo di de-patriarcalizzazione della mente che ho messo in atto 
avvicinandomi al femminismo sia giunto ormai a buon punto. Cambiando il mio modo di vedere le 
cose, ho rimosso una grandissima quantità di "sapere" accumulato sotto la propaganda che il patriar- 
cato fa nelle scuole, sui giornali, alla televisione: aggettivi come scientifico, etico, storico non mi 
danno più di per sé alcun valore aggiunto alle cose. Dopo aver messo in discussione il patriarcato 
sotto ogni aspetto, economico, scientifico appunto, religioso, sociale e giunta alla conclusione che il 
sistema che lo regge non può che autoriprodursi e che i suoi miglioramenti o peggioramenti sono 

solo un buon o cattivo funzionamento della propaganda e 
dell'occultamento delle magagne che lo reggono, ho pro- 
vato a vedere se ci fosse mai un'alternativa. 
Ho scoperto che c'è e che si chiama matriarcato, anzi ho 
scoperto che ha una storia nel passato - e in alcuni luoghi 
in un passato nemmeno tanto remoto - che è ancora possi- 
bile intravedere sotto molteplici strati di quella massiccia 
propaganda che tutti chiamiamo Storia. 
I valori, i principi e le attività che reggono queste società 
sono quelli che nella realtà reggono anche le nostre, solo 
che viene nascosta la loro importanza, un po' come per il 

©*?$& ^^^ a F - lìBit^^ lavoro di cura delle donne : gratuito, dovuto, quasi fosse 
_^Sj^ ^^ *^?t\* *?W (@1 una necessità stessa delle donne farlo, sembra che conti 

come il due di coppe quando briscola è bastoni. Basterebbe 
allontanarsi dal posto in cui viviamo tutte insieme per un 
paio di mesi e poi vediamo se anche gli uomini trovano 
^, ... qualcosa di più utile da fare dei colonialismi, dell'indu- 

ce (©) *ffi|S' ^m •$=?) strializzazione, della globalizzazione: secondo me quando 

torniamo non li troviamo certo lì che misurano lo spread 
col righello! 
Ma non è della spiritualità, della storia, della struttura sociale e del sistema di parentela dei matriarcati 
che devo parlare oggi. Oggi l'argomento è, più che l'alternativa, le forme di resistenza che possiamo 
mettere in atto. 

Nella storia (a partire cioè dall'epoca in cui si è iniziato a scrivere le cose in modo da poterle cambiare 
a piacere e alla bisogna - provate a fare la stessa cosa con una tradizione orale per vedere se è così 
facile!) le società matriarcali entrate in collisione con le invasioni o le migrazioni di quelle patriarcali 
hanno più o meno adottato come miglior strumento di difesa, la fuga: forti di una coesione sociale 
che nei millenni ne ha rafforzato la struttura insieme alla capacità di affrontare in cooperazione le 
difficoltà e i cambiamenti, innumerevoli popolazioni matriarcali hanno preferito abbandonare le loro 
terre (pensavano in verità che la loro patria fosse un territorio e non una nazione) e ricominciare il 
tutto altrove. 

Quali sono stati gli elementi che hanno reso possibile il successo (anche se oggi, dopo tutta sta' 
scienza, sta' guerra e sta tecnologia stanno soccombendo un po' dappertutto) della fuga? 
La prima, l'abbiamo già detto, è la collaborazione che ha permesso agli umani di migliorare alcune 




Sjgp 



defaillances della loro costituzione e di cavarsela alla meno peggio sul pianeta. Segue poi una pro- 
fonda sperimentazione della vita a tutti i livelli, dal pratico allo spirituale, tanto da renderli molti 
sicuri delle loro capacità e consapevoli delle loro mancanze: inoltre avevano un'idea ben precisa di 
come funzionano le cose (tipo che tutto nasce da una madre, che sia terra, donna o dea, e che quindi 
è controproducente vessare l'origine della propria esistenza). Si può quindi dire che spostarsi altrove 
nelle condizioni di poter far fronte all'imprevisto è stata la loro forza. E i popoli matriarcali che 
hanno avuto la possibilità di spostarsi sempre un po' più in la di fronte alle società patriarcali sono 
riusciti più a lungo a preservare i loro modi di vita, basati appunto sulla cooperazione e sul persegui- 
mento del benessere collettivo. 

Altre volte è successo invece che l'incalzare violento dei conquistatori o barriere geografiche insor- 
montabili (oceano, ghiacciai tutto l'anno, deserto) alla lunga abbiano minato la vitalità del popolo e 
siano stati costretti a "commistionarsi" con i modelli patriarcali e prendere le armi e lottare all'interno 
delle stesse logiche che sottendevano alle società nemiche. I risultati sono stati devastanti: dalla di- 
sfatta delle amazzoni alla nascita della società di casta in India. 

Questo è a grandi linee quello che è successo. Ma come può aiutarci oggi a pensare a una vera alter- 
nativa e soprattutto al modo in cui si può iniziare a metterla in atto? 

Non credo di poter fornire un manuale con le istruzioni, ma alcune linee guida si possono già estra- 
polare da quanto ho scritto sopra: alla guida di queste forme di futura/arcaica resistenza devono es- 
serci le donne, le sole a sperimentare nelle cellule la capacità di dare la vita e quindi di capire bene 
anche cosa è la morte, le sole a sperimentare tanta potenza da non aver bisogno di ricorrere al potere; 
riappropriarsi di un senso del sacro che non è quella paccottiglia trascendental/buonista dei mono- 
teismi a dio unico e padre - né è sufficiente negare tutta la questione per differire da questi tipi di re- 
ligione (forse che gli atei sono meno maschilisti, guerrafondai e sfruttatori degli altri?), mentre 
sicuramente rispettare la sacralità (se dà fastidio il termine possiamo cambiarlo in importanza) della 
natura e del vivente e sentirsi compartecipi ci aiuta a vivere meglio nei luoghi in cui ci troviamo 
(fisici, emotivi, relazionali); riconquistare la condizione di non essere né ricattabili né dipendenti, 
iniziare di nuovo a organizzarci per le cose relative alla nostra sopravvivenza; rimettere in primo 
piano la consapevolezza, la relazione e la collaborazione. 

Perché le donne? Perché ne hanno la capacità, visto che non a caso sono state oggetto di pressioni 
più di ogni altra categoria (pensate che col matrimonio ci hanno isolate in casa, controllate una per 
una da un uomo, vessate a tutti i livelli finché non lo abbiamo sostituito facendo le sue veci nel con- 
trollare le altre/i della famiglia). Nemmeno nelle peggiori dittature il controllo è stato così capillare!! 
Diciamo che se riusciamo a ricentrarci su di noi (autocoscienza, spiritualità), a scegliere quale vita e 
cultura vogliamo avere (autodeterminazione), a praticarla insieme alle altre (dal separatismo politico 
alla convivenza matriarcale) possiamo già essere soddisfatte. 

Gruppi di donne nel mondo stanno già cercando di farlo: ad Armonie abbiamo iniziato un percorso 
di spiritualità femminile due anni fa. Le pratiche che facciamo ci aiutano a riscoprire tutto quello 
che di noi è andato perso, la qualità della vita che possiamo vivere e la potenza che abbiamo dentro. 
Tutto questo ci rende sempre più responsabili verso la nostra stessa esistenza e ci spinge al cambia- 
mento. 

Soprattutto è la stupida e stancante sovrastruttura nella quale viviamo che salta sempre di più agli 
occhi e ci spinge a uscire da questo sistema, da questo sistema di vivere, di morire, di gioire e di sof- 
frire: dopo l'autocoscienza, l'autodeterminazione e le lotte femministe cercare di strutturarci in ma- 
triciali a latere ci è parsa una soluzione perseguibile e ci stiamo lavorando. 



^b 



IL SEPARATISMO, FORZA, GARANZIA DI RICONOSCIMENTO, 
NECESSITA' DELLA LOTTA FEMMINISTA E LESBICA 



Elisabetta Tegi 



Il separatismo è una pratica politica di sottrazione che permette ad un insieme oppresso di ricono- 
scersi, di riconoscere l'oppressore e di elaborare in autonomia. Non appartiene solamente al movi- 
mento femminista, ma a molti altri ambiti di lotta come, ad esempio, la lotta contro le discriminazioni 
razziste o contro quelle basate sull'etnia o sulla religione. E' caratterizzato da due elementi: 

- appartiene ad ambiti oppressi che hanno delle componenti trasversali ed interclassiste di oppres- 
sione; 

- consiste nel rifiutare ogni pratica di analisi e costruzione politica con coloro che vengono ritenuti 
soggetti oppressori. 

Un esempio conosciuto, oltre a quello all'interno della lotta di liberazione delle donne, è il separati- 
smo attuato dalle nere e dai neri, nelle loro lotte di liberazione negli Stati Uniti. 
Per alcune il separatismo è anche scelta di vita, come nel caso di alcuni settori del movimento le- 
sbico. 

Il separatismo femminista e lesbico adotta la sottrazione dalle relazioni politiche e di analisi con i 
maschi, ritenendo che sia impossibile analizzare la propria oppressione insieme a chi ne è portatore. 
Che alcuni maschi dichiarino di essere consapevoli e di volersi sottrarre al ruolo di dominatore, nulla 
toglie al fatto che la società patriarcale sia strutturalmente impostata sul dominio maschile e, quindi, 
che sia impossibile costruire la propria analisi con chi è portatore, comunque, di strutture di domi- 
nio. 

Il separatismo, allo stesso tempo, non è isolamento e autoreferenzialità, ma è costruzione autonoma, 
per cui percorre una strada parallela alle altre lotte di liberazione e condivide spesso percorsi di piazza 
e di lotta. Esistono quindi molti modi di intendere il separatismo . . . 

La pratica del separatismo è molto importante perché le oppressioni che sono trasversali alle classi 
e ai tempi storici, se ridotte nella lotta di classe, provocano forti contraddizioni che rischiano di re- 
galare la lotta al sistema di potere. Un esempio: anche le donne cattoliche e/o borghesi ecc. sono op- 
presse, ma la configurazione ideologica in cui sono collocate impedisce loro di liberarsi dal 
meccanismo di oppressione e, anzi, sono le prime che lo perpetuano. L'analisi di tutto ciò in ambito 
separato permette di sviscerare il meccanismo e di non liquidarlo con posizioni del tipo "sono bor- 
ghesi e , quindi, non ci interessano" perché immediatamente le borghesi ce lo rovescerebbero contro 
dicendo che la lotta di classe è parziale e inadeguata. Che la lettura di classe, da sola ,non sia suffi- 
ciente a leggere la società, e, in particolare la specificità delle questioni di genere, non solo è condi- 
visibile, ma è patrimonio del movimento femminista, ma allo stesso tempo è un elemento 
imprescindibile nell'agenda politica delle nostre lotte. Nell'analisi, quindi dell'intreccio delle op- 
pressioni di razza, genere e classe il separatismo è una modalità estremamente importante. Lo stesso 
succede anche con le lotte che hanno componenti antirazziste, perché anche il razzismo attraversa le 
classi. 

Il Black Power è stato un esempio molto importante di separatismo nero. I nei/e americani si sono 
resi/e conto che per discernere le loro oppressioni e analizzarle era necessario sviscerarle in ambito 
separato perché i bianchi/e, per quanto "radicals" erano sempre portatori strutturalmente delle op- 
pressioni dell'uomo bianco. Bastava la loro presenza in una assemblea perché si instaurassero gerar- 
chie e difficoltà di comunicazione e di analisi. 

Le Black Panthers, attraverso la lotta separata e l'autodifesa sono arrivate al marxismo, evidenziando, 
anche all'interno della nazione nera, le componenti di classe. Ma ,questo, se lo potevano dire solo i 
neri/e con i neri/e. 



Sjgp 



Anche il Black Feminism degli anni '80 ha operato la scelta separatista nei confronti del femminismo 
bianco, perché le strutture dell'oppressione razziale e di classe permanevano, più o meno consape- 
volmente, anche nei rapporti tra femministe. 

Da alcune il separatismo è visto come pratica negativa in quanto identitaria al pari dei nazionalismi 
e, da altre, negativa in quanto riferita ad un'identità biologica. Questa critica viene soprattutto dagli 
ambiti Queer. 

Ma non è l'identità o l'identità biologica che identifica l'oppressione ,ma l'oppressione stessa. E' il 
riconoscimento dell'oppressione che permette all'insieme delle oppresse, per esempio le donne, di 
riconoscersi fra simili. 

Nonostante il separatismo femminista abbia degli esempi anche più lontani nel tempo, se non altro 
come consapevolezza della difficoltà in ambiti misti, in Italia ed in Europa è stato rivendicato forte- 
mente negli anni '70 con modalità estremamente diverse e in un panorama estremamente variegato 
che andava dal rifiuto di qualsiasi rapporto con i maschi fino alla doppia militanza attuata da alcuni 
gruppi di compagne . 

La pratica separatista è stata anche strumentalizzata, in quegli anni dalle componenti "femministe" 
socialdemocratiche, propagandando l'idea del separatismo come qualcosa di avulso ed, anzi, con- 
trario, alla lotta di classe, contribuendo, così, alla mistificante propaganda "contro tutte le ideologie" 
che ha portato alla deriva attuale per cui il separatismo ed il femminismo stesso sono percepiti come 
frenanti rispetto alle lotte di tutti gli oppressi e ai processi di liberazione perché, in definitiva, corpo- 
rativi . 

"Ma il separatismo non è passato di moda. Tutt'altro. Quando è stato inventato, nel 1970,quello del 
Movimento di liberazione delle donne (Mfl) ha scioccato l'intera società, comprese le femministe 
della generazione precedente. Perché il separatismo è nato da una rottura teorica che rimette in di- 
scussione le precedenti analisi sulla subordinazione delle donne: non si parla più di una "condizione 
femminile" di cui tutti, uomini e donne, patiremmo allo stesso modo, ma dell'oppressione delle 
donne ."(Christine Delphy- Ritrovare lo slancio del femminismo- Le monde diplomatique-maggio 
2004) 

Attualmente, ci sono forti pressioni che spingono per il "superamento" del separatismo come pratica 
di lotta femminista e lesbica. L'attuale stagione neoliberista, dietro una facciata "riformista e moder- 
nizzatrice" propugna e attua, in tutti i campi, l'annullamento delle conquiste degli anni '70 ed un ri- 
torno agli anni '50, con il tentativo di assopimento della conflittualità sociale attraverso appelli al 
buonismo, all'accordo fra le parti sociali , alla "convivenza civile", panacea dei conflitti di genere e 
di classe, appelli peraltro sempre e solo rivolti alle oppresse e agli oppressi. Gli oppressi/e non sono 
più presentati/e con una loro caratterizzazione costituita dalla collocazione lavorativa e sociale, ma 
come un indistinto , spesso fatto percepire come criminale e fuori dalle regole. La conflittualità nel 
mondo del lavoro, secondo questa impostazione, dovrebbe trovare la composizione in un vicendevole 
riconoscimento della naturalità e ineluttabilità dei ruoli e delle parti, e nella necessità di uno sforzo 
comune per il "bene del paese". La conflittualità sociale dovrebbe trovare uno sbocco "costruttivo" 
nel "confronto democratico" dove i dissidenti e le dissidenti, le valsusine e i valsusini, le refrattarie 
e i refrattari ,a qualsiasi titolo, nei riguardi di questa società, dovrebbero convincersi dei loro errori 
e rimettersi nelle mani dello Stato che decide "eticamente" e "per il bene di tutte e tutti.". 
In questo progetto si inserisce il tentativo di trascinamento dal femminismo al femminile e di ridu- 
zione della lotta delle donne ad una generica conflittualità tra i sessi, facendo dimenticare completa- 
mente la natura strutturale dell'oppressione di genere e della violenza dei maschi sulle donne, 
conflittualità che dovrebbe essere risolta ,secondo la visione riformista/neoliberista, attraverso un 
sereno e collaborativo confronto tra maschi e femmine in cui ognuna delle parti dovrebbe portare le 
proprie ragioni e insieme si dovrebbero risolvere i contrasti, con buona pace della famiglia. E' questo 
il senso delle iniziative femminili socialdemocratiche e riformiste. La donna a cui si rivolgono, viene 
descritta come casa e cura, madre, moglie, figlia, con la tessera di qualche partito, non importa quale, 



"V 



sindacalista, imprenditrice, volontaria, che sa mediare il lavoro di cura e il lavoro all'esterno. Vengono 
assolutamente annullate le differenze politiche e i ruoli nella società e, a cascata, si auspica e si attua 
il superamento della discriminante antifascista. Si danno per scontate questa società, "civile ed ac- 
cogliente", la famiglia, e si fa appello ad una moralità che tutte ci dovrebbe unire all'insegna della 
nazione-patria. Vengono completamente cassati anni di lotte e di repressione e dimenticata una strut- 
tura sociale basata sullo sfruttamento, sull'ingiustizia ,sulla disperazione della stragrande maggioranza 
della gente e, in particolare, delle donne. Repubblichine e partigiane, donne borghesi indifferenti a 
tutto e forti dei loro privilegi e donne sfruttate e avvilite, donne in carriera che licenziano e donne li- 
cenziate, vengono tutte accomunate, in un ruolo indistintamente femminile, e dovrebbero tutte con- 
correre alla costruzione di questa società. 

E' la riproposizione di dio /patria/famiglia. E assertore di questa impostazione non è il centro-destra, 
che pure ribadisce continuamente, secondo i suoi principi, il molo subalterno e di servizio della donna 
in questa società, bensì il centro-sinistra, i riformisti e socialdemocratici ,che sono i maggiori sponsor 
dei principi neoliberisti . Da qui il proliferare di associazioni femminili che trattano le donne come le 
popolazioni del terzo mondo. Come le Ong non mettono in discussione le guerre neocoloniali e l'op- 
pressione dei popoli indigeni, così queste associazioni perpetuano il molo subalterno delle donne in 
cambio di finanziamenti e promozioni individuali. E l'ultima stagione di questa deriva sono le lodi 
al governo Monti. E' in questo contesto che, quelle stesse componenti socialdemocratiche che, negli 
anni '70, hanno usato il separatismo per snaturare e stravolgere la dimensione di classe della lotta di 
genere, oggi, chiedono, a gran voce, il superamento del separatismo nella lotta delle donne. Quella 
volta, obtorto collo, dovendo fare i conti con il movimento femminista, hanno usato il separatismo 
per appropriarsene e togliere ogni valenza di classe, oggi, nella stagione neoliberista, arrivano al- 
l'impudenza di chiedere il superamento del femminismo, perché, dietro la parola "superamento del 
separatismo", questo c'è. 

Ma, il separatismo, è uno strumento, è una necessità di tutte/i coloro che portano avanti una lotta 
contro le oppressioni che hanno delle componenti trasversali, come lo è stato per il Black Panther 
Party, perché è una difesa, una zona franca, una garanzia di riconoscimento, una forza. Soltanto in 
ambito separato è possibile sviscerare comprendere, razionalizzare le contraddizioni che la lotta 
femminista e lesbica si trova a dover affrontare nell'intreccio delle oppressioni di genere/razza /classe. 
Contemporaneamente ,siamo consapevoli della necessità di collegarci con le altre realtà che lottano 
contro le oppressioni che esprime questa configurazione sociale, perché non esistono percorsi di li- 
berazione che siano corporativi. Per questo, oggi come non mai, è necessario salvaguardare e difen- 
dere il separatismo, creare e difendere spazi separati e autorganizzati. Come, nella società, non è 
sufficiente, per scardinarne la struttura, l'endemico conflitto capitale/lavoro, ma è necessaria la presa 
di coscienza di classe, così la lotta di liberazione delle donne passa, necessariamente, attraverso la 
presa di coscienza di genere. Il separatismo, oggi, è la dimensione di classe della lotta femminista e 
lesbica. 



Sp